Prendersi cura di chi cura: per la salute mentale dei professionisti della salute
22 Ottobre 2024

Prendersi cura di chi cura: per la salute mentale dei professionisti della salute

Prendersi cura degli altri è un lavoro particolare.

Richiede competenze tecniche, capacità decisionali e responsabilità, ma anche qualcosa di più difficile da misurare: attenzione, disponibilità emotiva, capacità di entrare in relazione con la sofferenza senza esserne sopraffatti.

Medici, infermieri, psicologi, psicoterapeuti, educatori, operatori sociosanitari e altri professionisti della cura incontrano quotidianamente malattia, dolore, perdita, paura, conflitti familiari e situazioni nelle quali non esiste una soluzione semplice.

La capacità di essere presenti di fronte alla sofferenza costituisce una parte essenziale del lavoro di cura. Ma proprio ciò che rende questo lavoro profondamente umano può rappresentare, in alcune condizioni, anche una fonte di vulnerabilità.

Prendersi cura della salute mentale dei professionisti non significa quindi occuparsi soltanto del loro benessere personale. Significa anche proteggere la qualità della cura.

Curare non rende immuni dalla sofferenza

Esiste talvolta un’aspettativa implicita nei confronti di chi lavora nella salute: chi possiede strumenti professionali per comprendere e affrontare la sofferenza dovrebbe essere anche maggiormente capace di gestire la propria.

Ma conoscere la sofferenza non significa esserne immuni.

Un professionista può sapere riconoscere perfettamente i sintomi dello stress e, contemporaneamente, faticare a riconoscerli in se stesso. Può comprendere quanto sia importante riposare e continuare comunque a lavorare oltre i propri limiti. Può invitare i propri pazienti a chiedere aiuto e provare invece vergogna quando è lui ad averne bisogno.

Il lavoro sanitario espone inoltre a condizioni particolari: responsabilità elevate, necessità di prendere decisioni in situazioni di incertezza, contatto con persone sofferenti, carichi di lavoro intensi, errori reali o temuti, richieste emotive continue e, in alcuni contesti, esposizione ripetuta a eventi traumatici.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità individua tra i principali rischi psicosociali per i professionisti della salute la pressione temporale, gli orari prolungati, il lavoro a turni, la mancanza di controllo sulle proprie attività, l’insufficiente supporto e le situazioni di sofferenza morale legate al lavoro (WHO, 2022).

Non è quindi sorprendente che chi si occupa professionalmente della salute degli altri possa attraversare periodi nei quali diventa necessario prendersi cura anche della propria.

Non è tutto burnout

Negli ultimi anni il termine burnout è entrato nel linguaggio comune e viene spesso utilizzato per indicare qualsiasi forma di stanchezza legata al lavoro.

In realtà, fenomeni differenti possono produrre forme di sofferenza apparentemente simili.

Distinguere questi fenomeni può aiutare a comprendere meglio ciò che sta accadendo.

Burnout

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il burnout è un fenomeno occupazionale derivante da uno stress cronico sul luogo di lavoro che non è stato gestito efficacemente.

È caratterizzato da tre dimensioni principali:

  • esaurimento delle energie;
  • crescente distanza mentale dal proprio lavoro, negativismo o cinismo;
  • riduzione del senso di efficacia professionale.

Il burnout riguarda quindi specificamente il contesto lavorativo e non deve essere considerato una diagnosi medica in sé (WHO, 2019).

La persona può iniziare a sentirsi svuotata, irritabile, meno coinvolta emotivamente e progressivamente distante dalle persone di cui si occupa.

Quella distanza può essere vissuta con particolare sofferenza proprio da chi aveva scelto una professione di cura perché attribuiva grande valore alla relazione con l’altro.

Compassion fatigue

Un concetto parzialmente diverso è quello di compassion fatigue, espressione utilizzata per descrivere l’affaticamento emotivo che può comparire in chi è ripetutamente esposto alla sofferenza delle persone di cui si prende cura.

La letteratura mostra la presenza di questo fenomeno in diversi gruppi di professionisti sanitari, pur con una notevole variabilità tra professioni, contesti e modalità di misurazione (Cavanagh et al., 2020).

Non significa aver “perso la capacità di provare empatia”.

Può significare, piuttosto, che la disponibilità emotiva necessaria alla relazione di cura è diventata progressivamente più difficile da sostenere.

Stress traumatico secondario

Quando il lavoro comporta un contatto ripetuto con esperienze traumatiche raccontate o vissute da altre persone può comparire anche lo stress traumatico secondario.

Il professionista non ha necessariamente vissuto direttamente l’evento traumatico, ma può essere esposto in maniera continuativa ai suoi effetti attraverso il lavoro con persone traumatizzate.

Possono comparire pensieri o immagini intrusive, maggiore attivazione, evitamento, difficoltà nel distaccarsi dalle storie ascoltate o la sensazione che alcuni contenuti professionali continuino a occupare la mente anche fuori dal lavoro.

Il fenomeno è stato studiato sia nei professionisti sanitari sia, specificamente, nei professionisti della salute mentale che lavorano con persone esposte a eventi traumatici.

Burnout e stress traumatico secondario non sono la stessa cosa, anche se possono presentarsi insieme e risultano significativamente associati tra loro.

Moral distress e moral injury

Esiste poi una forma di sofferenza meno immediatamente visibile.

Un professionista può sapere quale sarebbe, secondo il proprio giudizio clinico ed etico, la cosa giusta da fare e trovarsi nell’impossibilità di farla.

Può accadere per mancanza di tempo, risorse insufficienti, carenza di personale, vincoli organizzativi, decisioni istituzionali o conflitti tra esigenze diverse.

Si parla in questi casi di moral distress, cioè della sofferenza legata all’impossibilità di agire in modo coerente con ciò che si ritiene professionalmente o moralmente corretto.

Quando le esperienze assumono particolare intensità o si accumulano nel tempo, la letteratura utilizza anche il concetto di moral injury, sebbene definizioni e strumenti di valutazione siano ancora oggetto di discussione scientifica.

Una revisione sistematica recente ha evidenziato come i fattori che alimentano moral distress e moral injury nei professionisti sanitari e sociosanitari riguardino frequentemente proprio condizioni organizzative, conflitti etici e impossibilità percepita di offrire la qualità di cura ritenuta necessaria (Beadle et al., 2024).

Quando la fatica professionale comincia a farsi sentire

Non sempre il disagio compare improvvisamente.

Spesso il cambiamento è progressivo.

La giornata di lavoro richiede sempre più energia. Diventa difficile recuperare durante i giorni liberi. Situazioni che in passato erano gestibili provocano irritazione o senso di impotenza.

Alcuni segnali possono essere:

  • stanchezza persistente che non si risolve con il normale riposo;
  • difficoltà a “staccare” mentalmente dal lavoro;
  • irritabilità o riduzione della pazienza;
  • perdita di motivazione;
  • sensazione di lavorare continuamente in emergenza;
  • progressivo distacco emotivo dai pazienti;
  • cinismo o disillusione;
  • sensazione di inefficacia;
  • difficoltà di concentrazione;
  • alterazioni del sonno;
  • pensieri ricorrenti sui casi anche fuori dall’orario lavorativo;
  • tendenza a isolarsi dai colleghi;
  • perdita di interesse per attività precedentemente gratificanti.

Nessuno di questi segnali, preso isolatamente, indica necessariamente la presenza di un problema clinico.

È importante però osservare durata, intensità e impatto sulla vita personale e professionale.

Il rischio di trasformare un problema organizzativo in un problema individuale

Quando si parla di benessere dei professionisti sanitari, una parte delle proposte riguarda strategie individuali: mindfulness, rilassamento, attività fisica, gestione dello stress, formazione alla resilienza o tecniche di regolazione emotiva.

Questi strumenti possono essere utili.

Ma esiste un rischio: quello di comunicare implicitamente che, se un professionista è esausto, debba semplicemente imparare a gestire meglio lo stress.

Un infermiere che lavora cronicamente con personale insufficiente non risolve il problema imparando soltanto una tecnica di respirazione.

Un medico che dispone di pochi minuti per paziente non può eliminare attraverso la mindfulness il conflitto tra il tempo disponibile e quello che ritiene necessario per curare bene.

Uno psicoterapeuta che accumula un numero eccessivo di casi complessi non può compensare indefinitamente l’assenza di supervisione soltanto attraverso una maggiore capacità di autoregolazione.

La ricerca sugli interventi per il burnout ha mostrato che le strategie rivolte al singolo professionista possono produrre benefici, ma ha anche sottolineato l’importanza degli interventi organizzativi.

Una meta-analisi di Panagioti e colleghi (2017), per esempio, ha trovato nei medici effetti maggiori per gli interventi diretti all’organizzazione rispetto a quelli esclusivamente rivolti all’individuo.

Revisioni successive hanno prodotto risultati più eterogenei e invitano alla prudenza nel determinare quali interventi funzionino meglio in ogni specifico contesto. Una grande meta-analisi pubblicata nel 2026 su 99 trial randomizzati ha comunque confermato che alcuni interventi individuali, come coaching professionale e programmi basati sulla mindfulness, possono produrre benefici in determinati gruppi di professionisti, con risultati differenti a seconda della professione considerata (Collett et al., 2026).

La conclusione più utile non è quindi scegliere tra individuo e organizzazione.

È riconoscere che la salute mentale dei professionisti nasce dall’interazione tra risorse personali e condizioni di lavoro.

Prendersi cura di chi cura: che cosa può aiutare?

Non esiste una singola strategia valida per tutti.

Esistono però diversi livelli sui quali è possibile intervenire.

Riconoscere precocemente i segnali

Il primo passo è accorgersi di ciò che sta succedendo prima di arrivare all’esaurimento.

La normalizzazione dello stress all’interno delle professioni sanitarie può rendere questo passaggio difficile.

“È così per tutti.”

“Fa parte del mestiere.”

“Passerà appena avrò meno lavoro.”

Sono pensieri comprensibili, ma possono condurre a trascurare per mesi segnali importanti.

Riconoscere un limite non significa essere meno adatti alla professione.

Significa poter intervenire prima che la sofferenza diventi più difficile da gestire.

Avere spazi di supervisione e confronto

Per chi svolge professioni ad alta intensità relazionale, poter pensare insieme ad altri ciò che accade nel lavoro è una risorsa fondamentale.

La supervisione non serve soltanto a decidere che cosa fare con un determinato paziente.

Può offrire uno spazio nel quale riconoscere le reazioni emotive del professionista, comprendere ciò che una situazione sta suscitando e distinguere ciò che appartiene alla storia del paziente da ciò che viene attivato nella relazione di cura.

Anche il confronto con colleghi e équipe può ridurre il senso di isolamento e permettere di condividere responsabilità che, altrimenti, rischiano di essere vissute interamente sul piano individuale.

Recuperare realmente fuori dal lavoro

Essere fisicamente lontani dal luogo di lavoro non significa necessariamente aver interrotto il lavoro.

Messaggi, telefonate, documentazione da completare, pensieri sui casi e preoccupazioni sulle decisioni prese possono estendere la giornata professionale molto oltre l’orario ufficiale.

La possibilità di recuperare richiede quindi anche confini.

Non sempre questi confini possono essere stabiliti autonomamente dal professionista: dipendono dalle caratteristiche del servizio e dal ruolo ricoperto.

Quando è possibile, però, proteggere tempi nei quali non essere costantemente disponibili costituisce una componente importante della sostenibilità del lavoro di cura.

Non confondere disponibilità con assenza di limiti

Nelle professioni di aiuto può essere particolarmente difficile dire di no.

Il bisogno del paziente è reale. Il collega è in difficoltà. Il servizio è sovraccarico. Un altro appuntamento sembra sempre poter essere inserito.

Ma un sistema nel quale il professionista deve continuamente superare i propri limiti per rispondere ai bisogni degli altri diventa, nel lungo periodo, fragile.

Prendersi cura non significa essere disponibili senza limiti.

Una relazione terapeutica o assistenziale efficace richiede coinvolgimento, ma anche una distinzione sufficientemente chiara tra la propria responsabilità e ciò che non è possibile controllare.

Curare le condizioni organizzative

Le organizzazioni sanitarie hanno un ruolo decisivo.

L’OMS raccomanda interventi che agiscano direttamente sui rischi psicosociali attraverso misure quali revisione dei carichi di lavoro, organizzazione degli orari, miglioramento della comunicazione, lavoro di équipe e maggiore attenzione al supporto professionale.

A questi aspetti si aggiungono:

  • adeguatezza del personale rispetto al carico assistenziale;
  • chiarezza di ruoli e responsabilità;
  • sufficiente autonomia professionale;
  • accessibilità della supervisione;
  • leadership capaci di riconoscere i segnali di difficoltà;
  • possibilità di parlare degli errori senza una cultura esclusivamente punitiva;
  • procedure chiare dopo eventi critici;
  • servizi di supporto psicologico realmente accessibili e riservati.

In altre parole, la prevenzione non può essere delegata interamente alla capacità del singolo di resistere.

Una questione particolarmente importante per psicologi e psicoterapeuti

Per chi lavora nella salute mentale esiste una peculiarità ulteriore: lo strumento di lavoro principale coincide, in parte, con la persona stessa del professionista.

Ascoltare, comprendere, contenere, mentalizzare e mantenere una relazione terapeutica richiedono una partecipazione emotiva continua.

Inoltre, psicologi e psicoterapeuti possono entrare quotidianamente in contatto con racconti di abuso, lutto, violenza, suicidarietà, trascuratezza o trauma.

Una recente revisione sistematica dedicata specificamente ai terapeuti ha sottolineato come lo stress traumatico secondario possa influire sia sulla vita personale sia sull’attività clinica e ha evidenziato, contemporaneamente, importanti limiti metodologici nelle modalità con cui questo fenomeno viene oggi studiato (Paksina et al., 2026).

Questo rende particolarmente importanti la supervisione, il monitoraggio del carico clinico, il confronto tra colleghi e la possibilità di riconoscere le proprie reazioni emotive senza interpretarle automaticamente come segni di incompetenza.

La capacità di essere coinvolti nella relazione terapeutica e quella di proteggere i propri confini non sono opposte.

Sono entrambe competenze cliniche.

Quando chiedere aiuto

Non è necessario aspettare di “non farcela più”.

Una consulenza psicologica può essere utile quando stress, ansia, esaurimento o coinvolgimento emotivo iniziano a interferire stabilmente con il sonno, le relazioni, la capacità di recuperare o il funzionamento professionale.

Può essere importante chiedere aiuto anche quando compaiono:

  • un senso persistente di impotenza o disperazione;
  • forte ansia prima di andare al lavoro;
  • immagini o ricordi intrusivi legati alle esperienze dei pazienti;
  • marcato distacco emotivo;
  • crescente ricorso ad alcol, farmaci o altre sostanze per gestire lo stress;
  • sintomi depressivi persistenti;
  • pensieri di morte o suicidari.

In presenza di una sofferenza significativa non è sufficiente attribuirla genericamente al burnout: è importante effettuare una valutazione adeguata, perché possono essere presenti condizioni psicologiche differenti che richiedono interventi specifici.

Per un professionista della salute, chiedere aiuto può essere particolarmente difficile.

Può esserci la paura di essere giudicati dai colleghi, di apparire meno competenti o di non corrispondere all’immagine di chi dovrebbe saper gestire autonomamente le proprie emozioni.

Ma possedere competenze cliniche non elimina il bisogno umano di ricevere cura.

La cura come sistema reciproco

La qualità di un sistema sanitario non dipende soltanto dalle conoscenze dei suoi professionisti, dalla tecnologia disponibile o dall’efficienza delle procedure.

Dipende anche dalle condizioni nelle quali le persone sono chiamate a curare.

Non possiamo chiedere indefinitamente attenzione a chi non ha tempo, empatia a chi è emotivamente esausto, lucidità a chi non riesce a recuperare e disponibilità a chi non dispone più di spazi personali.

Prendersi cura di chi cura non significa sottrarre attenzione ai pazienti.

Significa creare le condizioni perché quella cura possa continuare ad essere competente, responsabile e umana.

E significa riconoscere un principio semplice, ma non sempre sufficientemente presente nella cultura delle professioni sanitarie:

anche chi cura ha diritto ad essere curato.

Bibliografia

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Cavanagh, N., Cockett, G., Heinrich, C., Doig, L., Fiest, K., Guichon, J. R., Page, S., Mitchell, I., & Doig, C. J. (2020). Compassion fatigue in healthcare providers: A systematic review and meta-analysis. Nursing Ethics, 27(3), 639–665. https://doi.org/10.1177/0969733019889400

Collett, G., Gupta, J., Eltayeb, A., Korszun, A., Sharples, L., Rice, K., & Gupta, A. K. (2026). Efficacy of individual-level interventions to mitigate the risk for burnout among health care professionals: A systematic review and meta-analysis of randomized controlled trials. Annals of Internal Medicine, 179(1), 51–66. https://doi.org/10.7326/ANNALS-25-00469

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Panagioti, M., Panagopoulou, E., Bower, P., Lewith, G., Kontopantelis, E., Chew-Graham, C., Dawson, S., van Marwijk, H., Geraghty, K., & Esmail, A. (2017). Controlled interventions to reduce burnout in physicians: A systematic review and meta-analysis. JAMA Internal Medicine, 177(2), 195–205. https://doi.org/10.1001/jamainternmed.2016.7674

Paksina, A., Jenner, S., & McKinnon, A. (2026). Measuring secondary traumatic stress in therapists: A systematic review. Psychological Trauma: Theory, Research, Practice, and Policy, 18(6), 1153–1161. https://doi.org/10.1037/tra0002080

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