Hikikomori: comprendere l’isolamento e la sua rilevanza sociale tra i giovani
21 Marzo 2025

Hikikomori: comprendere l’isolamento e la sua rilevanza sociale tra i giovani

Il termine hikikomori nasce in Giappone per descrivere una forma grave e prolungata di ritiro sociale caratterizzata dalla tendenza a trascorrere gran parte del proprio tempo all’interno dell’abitazione, con una forte riduzione della partecipazione scolastica, lavorativa e sociale.

Inizialmente il fenomeno è stato interpretato soprattutto come espressione specifica della società e della cultura giapponese. Negli ultimi decenni, tuttavia, quadri simili sono stati osservati in numerosi altri Paesi, rendendo l’hikikomori un tema di crescente interesse internazionale per la psicologia e la psichiatria (Li & Wong, 2015; Kato, Kanba & Teo, 2020). Una recente meta-analisi internazionale conferma che il fenomeno non appare limitato all’Asia, anche se le stime di prevalenza variano molto in funzione delle definizioni e degli strumenti utilizzati (Zhang et al., 2025).

È importante precisare che hikikomori non corrisponde semplicemente all’essere introversi, preferire la solitudine o trascorrere molto tempo in casa.

Secondo i criteri proposti da Kato, Kanba e Teo, si parla di hikikomori quando sono presenti tre elementi principali: isolamento sociale marcato prevalentemente all’interno della propria abitazione, una durata di almeno sei mesi e una significativa compromissione del funzionamento o disagio associato alla condizione (Kato, Kanba & Teo, 2020).

Gli autori sottolineano inoltre un elemento interessante: non tutte le persone in una fase iniziale vivono necessariamente il ritiro come doloroso. Alcune possono sperimentarlo inizialmente come un sollievo rispetto a un mondo esterno percepito come stressante o difficile. Per questo l’hikikomori non può essere ridotto automaticamente a una forma di ansia sociale (Kato, Kanba & Teo, 2020).

Un fenomeno non esclusivamente giapponese

Per molto tempo l’immagine tipica dell’hikikomori è stata quella di un adolescente o giovane adulto maschio che interrompe gli studi o il lavoro e progressivamente si chiude nella propria stanza.

Questa rappresentazione deriva in parte dai primi studi condotti in Giappone, nei quali la componente maschile risultava effettivamente molto rappresentata.

Le evidenze più recenti indicano però un quadro più complesso.

Una revisione sistematica di 52 studi ha evidenziato come nei campioni raccolti al di fuori del Giappone la percentuale di uomini fosse inferiore rispetto agli studi giapponesi. Inoltre, una meta-analisi del 2025, comprendente 19 studi e oltre 58.000 partecipanti, non ha riscontrato differenze significative di prevalenza tra uomini e donne (Nonaka, Takeda & Sakai, 2022; Zhang et al., 2025).

Anche l’età richiede una certa cautela.

L’esordio si colloca frequentemente durante l’adolescenza o nella transizione verso l’età adulta, ma l’hikikomori non riguarda esclusivamente gli adolescenti. Sono stati descritti casi con esordio più tardivo e le ricerche suggeriscono che l’età media delle persone in condizione di ritiro sociale prolungato sia aumentata nel tempo (Nonaka, Takeda & Sakai, 2022).

E in Italia?

Il fenomeno è presente anche nel nostro Paese.

Uno studio pubblicato nel 2025 ha analizzato i dati di 36.868 studenti italiani tra i 15 e i 19 anni, raccolti attraverso l’indagine ESPAD Italia tra il 2021 e il 2023.

Nel 2023, il 2% degli studenti riferiva di aver attraversato nel corso della propria vita un periodo di ritiro sociale volontario della durata di almeno sei mesi. In questo campione la prevalenza risultava leggermente superiore nelle ragazze. Gli autori hanno inoltre osservato associazioni con esperienze di cyberbullismo, percezione di esclusione, insoddisfazione nelle amicizie e comportamenti problematici legati a Internet e ai videogiochi (Cerrai et al., 2025).

Questi dati non devono essere interpretati come se il 2% degli adolescenti italiani avesse necessariamente una diagnosi clinica di hikikomori: lo studio misurava il ritiro sociale prolungato attraverso questionari e non attraverso una valutazione diagnostica individuale.

Rappresentano però un’indicazione importante della rilevanza del fenomeno anche nel contesto italiano.

Perché una persona arriva a ritirarsi?

Non esiste una singola causa dell’hikikomori.

La letteratura descrive piuttosto un fenomeno multifattoriale, nel quale possono interagire vulnerabilità individuali, esperienze relazionali, condizioni psicologiche, difficoltà scolastiche e caratteristiche del contesto sociale.

Tra i fattori che sono stati associati al ritiro sociale troviamo esperienze di esclusione o bullismo, difficoltà nelle relazioni interpersonali, bassa autostima, ansia, depressione, eventi avversi, difficoltà scolastiche e uso problematico delle tecnologie digitali (Li & Wong, 2015; Sales-Filho et al., 2023).

È tuttavia importante distinguere associazione e causalità.

Per esempio, un ragazzo vittima di bullismo può progressivamente evitare la scuola e le relazioni sociali, ma questo non significa che il bullismo sia presente in tutti i casi di hikikomori o che ne rappresenti una causa necessaria.

Analogamente, ansia, depressione o difficoltà di regolazione emotiva possono precedere il ritiro, svilupparsi durante il periodo di isolamento oppure interagire con esso in modo reciproco.

Una recente revisione dedicata ad adolescenti e giovani adulti sottolinea proprio l’elevata eterogeneità dei profili clinici e delle condizioni psichiatriche associate all’hikikomori (Pupi et al., 2025).

Hikikomori e disturbi psicologici

L’hikikomori non deve essere automaticamente considerato sinonimo di depressione, ansia sociale o disturbo dello spettro autistico.

Può presentarsi in associazione a diverse condizioni psicologiche, ma esistono anche persone con grave ritiro sociale che non soddisfano pienamente i criteri per un altro disturbo psichiatrico.

Questo è uno dei motivi per cui il suo inquadramento diagnostico è ancora oggetto di discussione.

Una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata nel 2025 ha rilevato, nelle persone in condizione di hikikomori rispetto ai gruppi di confronto, livelli più elevati di sintomi internalizzanti — come ansia e depressione —, sintomi esternalizzanti e problemi del pensiero, insieme a maggiori difficoltà nelle interazioni interpersonali (Nonaka et al., 2025).

Questo rende fondamentale, nella pratica clinica, non fermarsi all’etichetta “hikikomori”, ma effettuare una valutazione complessiva della salute mentale, del funzionamento scolastico o lavorativo, delle relazioni, delle abitudini quotidiane e delle eventuali condizioni psicopatologiche associate.

Il ritiro è sempre graduale?

In molti casi il ritiro può svilupparsi progressivamente.

Un giovane può inizialmente ridurre le attività extrascolastiche, incontrare meno frequentemente gli amici, aumentare le assenze scolastiche e trascorrere sempre più tempo in casa.

Questo percorso non è però identico per tutti.

Non è quindi corretto considerare obbligatoria una sequenza che conduce necessariamente dall’isolamento parziale a quello totale.

Gli studi mostrano una notevole variabilità nella durata, nell’intensità e nelle modalità del ritiro sociale (Nonaka, Takeda & Sakai, 2022).

Rifiuto scolastico e hikikomori: non sono la stessa cosa

Nel testo divulgativo il rifiuto scolastico viene spesso indicato come uno dei primi segni dell’hikikomori.

Una relazione tra i due fenomeni può effettivamente esistere, soprattutto durante l’adolescenza, ma è importante non confonderli.

Il rifiuto scolastico indica una difficoltà persistente a frequentare o rimanere a scuola associata a disagio emotivo. Può comparire in presenza di ansia, depressione, disturbi del neurosviluppo, difficoltà relazionali e numerose altre condizioni (Di Vincenzo et al., 2024).

Un adolescente può quindi rifiutare la scuola senza sviluppare hikikomori e, viceversa, il ritiro sociale può manifestarsi anche al di fuori del contesto scolastico.

In alcuni giovani, tuttavia, l’aumento delle assenze, la progressiva interruzione della frequenza scolastica e la contemporanea riduzione delle relazioni sociali possono rappresentare segnali che meritano attenzione e approfondimento clinico.

Qual è il ruolo della famiglia?

La famiglia assume spesso un ruolo centrale perché è il contesto nel quale il ritiro diventa maggiormente visibile. I familiari possono essere le prime persone ad accorgersi della progressiva riduzione delle attività, dell’interruzione della scuola o del lavoro, dell’inversione dei ritmi sonno-veglia o del progressivo isolamento.

Questo non significa però che la famiglia sia necessariamente la causa dell’hikikomori.

In passato sono state proposte interpretazioni molto centrate sul rapporto madre-figlio e sul concetto giapponese di amae, talvolta descritto in termini di dipendenza o simbiosi. Trasferire automaticamente questa spiegazione a tutti i casi di ritiro sociale sarebbe però culturalmente e scientificamente riduttivo.

Gli studi sulle caratteristiche familiari hanno identificato in alcuni campioni associazioni con conflitti, problemi psichiatrici familiari o esperienze avverse, ma i risultati non sono uniformi. Significativamente, una recente meta-analisi di studi caso-controllo non ha rilevato differenze complessive significative nella qualità delle relazioni e della comunicazione familiare tra famiglie di persone con hikikomori e gruppi di confronto (Nonaka et al., 2025).

È quindi più corretto considerare la famiglia come una possibile risorsa nel percorso di aiuto, anziché come l’origine necessaria del problema.

Il ruolo di Internet e dei videogiochi

Il rapporto tra hikikomori e tecnologie digitali è uno degli aspetti maggiormente discussi.

Chi trascorre gran parte della giornata in casa può inevitabilmente utilizzare Internet, social network, videogiochi o piattaforme online più frequentemente.

Una revisione sistematica ha rilevato associazioni tra hikikomori e utilizzo problematico o dipendenza da tecnologie digitali, videogiochi e social media (Sales-Filho et al., 2023).

Ma anche qui bisogna evitare una conclusione troppo semplice: Internet non è necessariamente la causa del ritiro.

In alcuni casi un uso problematico della tecnologia può contribuire a mantenere routine fortemente isolate; in altri può diventare una conseguenza del ritiro oppure rappresentare uno dei pochi canali attraverso cui la persona mantiene contatti con il mondo esterno.

La direzione del rapporto non è ancora sufficientemente chiarita dagli studi disponibili.

Per questo è preferibile evitare l’idea secondo cui l’interesse per “il mondo dell’immaginario e della realtà virtuale” costituisca una caratteristica tipica dell’hikikomori.

Un fenomeno individuale, familiare e sociale

Comprendere l’hikikomori richiede probabilmente di osservare contemporaneamente più livelli.

La persona può trovarsi in una condizione nella quale il contatto con l’esterno genera stress, vergogna, senso di fallimento o difficoltà nel soddisfare le aspettative sociali.

La famiglia può trovarsi progressivamente in difficoltà nel comprendere come intervenire, oscillando tra tentativi di forzare il cambiamento e timore di aumentare ulteriormente il disagio.

Sul piano sociale, scuola, università e lavoro possono a loro volta diventare contesti percepiti come difficilmente accessibili dopo un lungo periodo di assenza.

Questo permette di comprendere il ritiro non come una semplice “scelta di stare a casa”, ma come un processo che può progressivamente ridurre le opportunità di partecipazione sociale.

La letteratura mostra infatti che le persone in condizione di hikikomori presentano, in media, maggiori difficoltà nelle interazioni interpersonali e nel funzionamento psicologico rispetto ai gruppi di confronto (Nonaka et al., 2025).

Come si interviene?

Non esiste attualmente un singolo trattamento per l’hikikomori sostenuto da evidenze sufficientemente solide da poter essere considerato uno standard universale.

Gli interventi devono essere adattati alle caratteristiche della persona e alle eventuali condizioni psicologiche associate.

In generale, può essere necessario lavorare progressivamente su relazione terapeutica, ritmi quotidiani, partecipazione sociale, funzionamento scolastico o lavorativo e trattamento di eventuali disturbi concomitanti.

Il coinvolgimento della famiglia può essere particolarmente utile quando la persona ritirata non è inizialmente disponibile a incontrare direttamente i professionisti.

Sono stati sperimentati programmi rivolti specificamente ai familiari, comprendenti elementi di Mental Health First Aid e Community Reinforcement and Family Training. I primi studi sono interessanti, ma ancora troppo piccoli per stabilirne con certezza l’efficacia; un trial randomizzato è stato interrotto anticipatamente durante la pandemia e non ha consentito conclusioni definitive (Kubo et al., 2023).

È quindi preferibile parlare di approcci promettenti piuttosto che di un percorso terapeutico già standardizzato.

Quali segnali meritano attenzione?

Non esiste un singolo comportamento che consenta di identificare un hikikomori. È piuttosto la combinazione e la persistenza nel tempo di più cambiamenti a rendere opportuno un approfondimento.

  • una progressiva e persistente riduzione delle uscite e delle relazioni;
  • assenze scolastiche sempre più frequenti o abbandono del percorso formativo;
  • interruzione di attività precedentemente significative;
  • inversione persistente del ritmo sonno-veglia e forte riduzione delle routine quotidiane;
  • crescente difficoltà a mantenere contatti diretti con amici e conoscenti;
  • permanenza quasi continua all’interno della propria abitazione;
  • compromissione significativa del funzionamento scolastico, lavorativo o relazionale.

Nessuno di questi elementi, considerato isolatamente, equivale a una diagnosi.

Soprattutto durante l’adolescenza, cambiamenti temporanei nelle relazioni, maggiore bisogno di privacy o un periodo di difficoltà scolastica non devono essere automaticamente patologizzati.

È la durata, l’intensità e la compromissione del funzionamento a rendere necessario un approfondimento professionale.

Conclusioni

L’hikikomori è un fenomeno complesso di ritiro sociale prolungato, inizialmente descritto in Giappone ma oggi documentato in differenti contesti culturali.

Le ricerche più recenti invitano ad abbandonare alcuni stereotipi: non riguarda esclusivamente giovani uomini, non coincide con l’ansia sociale, non è necessariamente causato da Internet e non può essere spiegato semplicemente attraverso una particolare relazione tra madre e figlio.

È più utile comprenderlo attraverso una prospettiva biopsicosociale e multidimensionale, considerando contemporaneamente caratteristiche individuali, salute mentale, relazioni familiari e sociali, esperienze scolastiche e condizioni ambientali (Li & Wong, 2015; Pupi et al., 2025).

Anche in Italia il ritiro sociale prolungato è un fenomeno che merita attenzione: i dati disponibili sugli adolescenti indicano la presenza di una quota significativa di giovani che riferisce periodi estesi di isolamento e mostrano associazioni con esclusione sociale, cyberbullismo, difficoltà relazionali e comportamenti problematici online (Cerrai et al., 2025).

Riconoscere precocemente un progressivo ritiro non significa etichettare il ragazzo o costringerlo immediatamente a “tornare alla normalità”. Significa cercare di comprendere cosa stia rendendo sempre più difficile il contatto con il mondo esterno e costruire, quando necessario, un percorso di valutazione e sostegno capace di coinvolgere progressivamente la persona e le sue risorse relazionali.

Bibliografia

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