I circuiti dell’affetto: le basi neurali dell’attaccamento
4 Novembre 2024

I circuiti dell’affetto: le basi neurali dell’attaccamento

La Teoria dell’Attaccamento, sviluppata a partire dal lavoro di John Bowlby e successivamente approfondita sul piano empirico da Mary Ainsworth, rappresenta uno dei principali modelli attraverso cui la psicologia ha cercato di comprendere la costruzione dei primi legami affettivi e il loro ruolo nello sviluppo.

Secondo Bowlby, il bambino dispone di un sistema comportamentale che favorisce la ricerca di prossimità e protezione da parte di una figura significativa, soprattutto nelle situazioni di paura, pericolo, stanchezza o disagio (Bowlby, 1969).

Mary Ainsworth sviluppò ulteriormente questa prospettiva introducendo, tra gli altri, il concetto di base sicura: quando il bambino percepisce il caregiver come sufficientemente disponibile e responsivo, può utilizzarlo come punto di riferimento dal quale allontanarsi per esplorare l’ambiente e al quale tornare nei momenti di bisogno (Ainsworth et al., 1978).

L’attaccamento non nasce quindi da un singolo episodio, ma si costruisce progressivamente attraverso le interazioni ripetute tra il bambino e le persone che si prendono cura di lui.

Contatto fisico, voce, sguardo, consolazione, alimentazione, gioco e capacità di rispondere ai segnali del bambino contribuiscono alla costruzione di aspettative rispetto alla disponibilità del caregiver.

Una recente meta-analisi basata su 174 studi e oltre 22.000 diadi genitore-bambino ha confermato un’associazione significativa tra sensibilità del caregiver e sicurezza dell’attaccamento, sia per le madri sia per i padri (Madigan et al., 2024).

Il caregiver sensibile non è però un genitore che risponde sempre perfettamente. La sensibilità riguarda piuttosto la capacità di cogliere i segnali del bambino, interpretarli in modo sufficientemente accurato e rispondervi in maniera appropriata.

Ma che cosa avviene, parallelamente, a livello neurobiologico? Esistono davvero dei “circuiti dell’attaccamento”?

Attaccamento e caregiving: due sistemi complementari

Prima di entrare nella neurobiologia è necessaria una distinzione importante.

Il sistema di attaccamento riguarda prevalentemente la ricerca di protezione e sicurezza da parte del bambino nei confronti della figura di attaccamento.

Il sistema di caregiving, invece, riguarda i processi che orientano il genitore o un altro caregiver a riconoscere i segnali del bambino e a prendersene cura.

Si tratta di sistemi complementari, che interagiscono continuamente nella relazione, ma non sono equivalenti (Lenzi et al., 2015).

Questa distinzione è particolarmente importante quando parliamo di neuroscienze, perché gran parte degli studi disponibili non osserva direttamente ciò che accade nel cervello del neonato durante la formazione dell’attaccamento. Molti esperimenti hanno invece studiato come il cervello degli adulti risponde al pianto, al volto o alle immagini del proprio bambino.

Parlare genericamente di “cervello dell’attaccamento” può quindi risultare fuorviante.

È più corretto considerare un insieme di sistemi biologici e reti cerebrali coinvolti nella formazione e nel mantenimento dei legami sociali, nella ricerca di sicurezza, nella motivazione a prendersi cura dell’altro e nella capacità di comprenderne gli stati mentali (Feldman, 2017; Long et al., 2020).

Non esiste un unico circuito dell’attaccamento

Le ricerche contemporanee non hanno identificato una singola area cerebrale responsabile dell’attaccamento.

I legami affettivi coinvolgono piuttosto reti distribuite, alcune delle quali partecipano a processi molto più generali come ricompensa, motivazione, riconoscimento della salienza, memoria, regolazione delle emozioni e comprensione degli stati mentali altrui.

Una delle principali sintesi contemporanee, il modello neuroanatomico dell’attaccamento umano proposto da Long e colleghi, distingue diversi sistemi che interagiscono tra loro: circuiti implicati nell’approccio e nella ricompensa sociale, sistemi coinvolti nella rilevazione di minaccia e avversione e reti corticali che contribuiscono alla regolazione emotiva e alla mentalizzazione (Long et al., 2020).

Tra le regioni che ricorrono frequentemente nella letteratura troviamo, con funzioni differenti:

  • amigdala, coinvolta nell’elaborazione della salienza e della minaccia;
  • striato ventrale e nucleus accumbens, importanti nei processi di ricompensa e motivazione;
  • area tegmentale ventrale, uno dei principali nodi dei sistemi dopaminergici;
  • ipotalamo, coinvolto nella regolazione neuroendocrina e in numerosi comportamenti sociali;
  • corteccia cingolata e insula, coinvolte nell’elaborazione affettiva e nella salienza;
  • corteccia prefrontale, implicata nella regolazione emotiva e nei processi decisionali;
  • giunzione temporo-parietale e regioni temporali superiori, coinvolte nella comprensione degli stati mentali e delle intenzioni altrui.

Non dobbiamo però immaginare queste aree come “centri dell’amore” o “centri dell’attaccamento”. Ciascuna partecipa a numerose funzioni diverse e assume significato all’interno delle reti alle quali appartiene.

Ossitocina, vasopressina e legami sociali

Tra le molecole più frequentemente associate ai legami affettivi troviamo ossitocina e vasopressina.

Si tratta di neuropeptidi che svolgono numerose funzioni nell’organismo e che, attraverso i loro effetti sul sistema nervoso, partecipano anche alla modulazione del comportamento sociale.

Gran parte delle conoscenze sui loro meccanismi deriva dagli studi sugli animali, in particolare da modelli di pair bonding e comportamento parentale. Queste ricerche hanno mostrato una complessa interazione tra sistemi ossitocinergici, vasopressinergici e dopaminergici nella formazione dei legami sociali (Feldman, 2017; Rappeneau & Castillo Díaz, 2024).

Nell’essere umano l’ossitocina è stata studiata in relazione alla relazione genitore-bambino, alla sincronia interattiva e alla risposta ai segnali sociali.

È tuttavia opportuno evitare la rappresentazione popolare dell’ossitocina come semplice “ormone dell’amore”.

I suoi effetti dipendono dal contesto, dalle caratteristiche individuali, dal tipo di relazione e da altri sistemi biologici con i quali interagisce. Inoltre, i livelli di ossitocina misurati nel sangue o nella saliva non costituiscono una misura diretta e semplice della quantità di ossitocina attiva nel cervello.

Non possiamo quindi affermare che una carezza produca automaticamente “più attaccamento” perché aumenta l’ossitocina.

La realtà neurobiologica è molto più complessa.

Il ruolo della dopamina: perché il bambino diventa motivazionalmente importante

Un altro sistema centrale è quello della dopamina.

La dopamina non è semplicemente la “molecola del piacere”. Partecipa a processi di motivazione, apprendimento, anticipazione della ricompensa e attribuzione di valore agli stimoli.

Nel contesto della relazione genitore-bambino, ciò significa che i segnali provenienti dal proprio figlio possono acquisire una particolare rilevanza motivazionale.

Uno studio che ha combinato PET e risonanza magnetica funzionale ha osservato nelle madri che la risposta al proprio bambino era associata all’attività dopaminergica e alla connettività tra nucleus accumbens, amigdala e corteccia prefrontale mediale. Una maggiore sincronia comportamentale madre-bambino risultava inoltre associata a una maggiore risposta dopaminergica al proprio figlio (Atzil et al., 2017).

Questi risultati sono coerenti con l’ipotesi secondo cui i circuiti della ricompensa contribuiscano a rendere i segnali del bambino particolarmente significativi e capaci di motivare il comportamento di cura.

Questo non significa però che il legame genitore-bambino sia semplicemente un fenomeno di ricompensa.

Il caregiving richiede contemporaneamente attenzione, regolazione delle emozioni, memoria, capacità di comprendere i segnali del bambino e pianificazione della risposta.

Cosa accade nel cervello quando un genitore sente piangere un bambino?

Uno dei primi studi di neuroimaging sul comportamento materno venne realizzato da Lorberbaum e colleghi.

Gli autori utilizzarono la risonanza magnetica funzionale per osservare l’attività cerebrale di madri al primo figlio mentre ascoltavano il pianto di un bambino.

Rispetto a suoni di controllo, il pianto era associato all’attivazione di diverse aree, tra cui talamo mediale, corteccia prefrontale mediale, corteccia orbitofrontale destra e, in alcune analisi, regioni cingolate. Venivano inoltre coinvolte strutture come ipotalamo, mesencefalo e striato (Lorberbaum et al., 2002).

Gli studi successivi hanno mostrato che la risposta genitoriale ai segnali infantili coinvolge effettivamente una rete molto più ampia di quella ipotizzata nei primi esperimenti.

Revisioni della letteratura descrivono una combinazione di sistemi implicati nella motivazione e nella ricompensa, nella risposta emotiva, nell’attenzione e nel controllo cognitivo, che cooperano per trasformare il segnale del bambino in una risposta di caregiving (Swain et al., 2014).

Il volto del proprio bambino e i circuiti della ricompensa

Un altro studio divenuto classico è quello di Bartels e Zeki.

Gli autori mostrarono a un gruppo di madri fotografie dei propri figli confrontandole con immagini di altri bambini conosciuti. L’osservazione del proprio figlio era associata all’attività di regioni coinvolte nella ricompensa e nella motivazione, comprese aree dello striato come putamen e nucleo caudato (Bartels & Zeki, 2004).

Lo studio osservò anche una riduzione dell’attività in alcune regioni associate alla valutazione sociale e alla mentalizzazione.

Questo risultato è stato a volte divulgato dicendo che “l’amore disattiva il senso critico”.

È un’interpretazione troppo semplice.

Studi successivi mostrano infatti che il caregiving genitoriale coinvolge in modo importante anche le reti della mentalizzazione, cioè i sistemi che ci permettono di rappresentare gli stati mentali dell’altro.

La relazione tra genitore e bambino sembra quindi richiedere sia sistemi emotivo-motivazionali sia circuiti cognitivi e sociali di livello superiore.

Esiste un “parental brain”?

Le neuroscienze utilizzano talvolta l’espressione parental brain per indicare l’insieme delle reti che supportano la risposta genitoriale ai segnali del bambino.

Ma anche in questo caso non si tratta di una struttura specifica presente esclusivamente nelle madri.

Uno studio particolarmente interessante ha confrontato madri che svolgevano un ruolo di caregiver primario, padri che svolgevano un ruolo di caregiver secondario e padri che costituivano il caregiver primario del bambino.

I risultati hanno evidenziato una rete genitoriale comune composta da due grandi sistemi: una rete emotiva, comprendente strutture legate a salienza, motivazione e ricompensa, e una rete socio-cognitiva legata alla mentalizzazione e alla comprensione degli stati dell’altro (Abraham et al., 2014).

Un dato particolarmente interessante era che, nei padri, la quantità di tempo trascorsa direttamente nella cura del bambino risultava associata alla connettività tra alcune di queste regioni.

Ciò suggerisce che il cervello genitoriale non dipenda esclusivamente dai processi biologici legati a gravidanza e parto, ma presenti anche una significativa plasticità legata all’esperienza di caregiving (Abraham et al., 2014).

Questo dato contribuisce anche a superare una visione esclusivamente maternocentrica dell’attaccamento: bambini e bambine possono sviluppare relazioni di attaccamento significative con differenti caregiver.

Sensibilità genitoriale e sicurezza dell’attaccamento

Le neuroscienze non devono però farci perdere di vista il comportamento reale.

La presenza di determinate attivazioni cerebrali non ci dice, da sola, se una relazione sia sicura o insicura.

Uno dei risultati più robusti della ricerca sull’attaccamento rimane invece l’associazione tra sensibilità del caregiver e sicurezza dell’attaccamento infantile.

La meta-analisi di Madigan e colleghi, pubblicata nel 2024, ha analizzato 230 effetti provenienti da 174 studi e oltre 22.900 partecipanti, osservando un’associazione positiva tra sensibilità e sicurezza dell’attaccamento. L’associazione era presente sia per le madri sia per i padri (Madigan et al., 2024).

È importante sottolineare che l’effetto non è perfetto né deterministico.

La sensibilità rappresenta un fattore importante, ma non è l’unica variabile che contribuisce allo sviluppo della relazione di attaccamento. Entrano in gioco caratteristiche del bambino, del caregiver, della famiglia e dell’ambiente sociale.

Gli stili di attaccamento hanno correlati cerebrali differenti?

Un ulteriore filone di ricerca ha cercato di capire se differenti modalità di attaccamento siano associate a differenti risposte cerebrali.

Uno dei primi studi fu realizzato da Anna Buchheim e colleghi nel 2006.

Undici donne adulte svolsero l’Adult Attachment Projective (AAP) all’interno di uno scanner fMRI. Alle partecipanti venivano presentate immagini che evocavano temi di separazione, perdita e attaccamento e veniva chiesto di costruire delle narrazioni.

Nelle partecipanti classificate come unresolved rispetto a esperienze traumatiche di attaccamento, l’avanzare del compito — soprattutto quando venivano presentate immagini a maggiore contenuto traumatico — era associato a un progressivo aumento dell’attività in regioni temporali mediali comprendenti amigdala e ippocampo (Buchheim et al., 2006).

Il risultato è interessante, ma deve essere interpretato con cautela.

Si trattava di uno studio pilota con appena 11 partecipanti. Inoltre, non furono osservate differenze generali tra i gruppi per tutte le immagini di attaccamento; emerse invece un’interazione tra categoria di attaccamento e progressione del compito.

Non è quindi possibile concludere che esista una specifica configurazione cerebrale che identifica un attaccamento “disorganizzato”.

Attaccamento adulto, emozioni e cervello sociale

Gli studi successivi hanno progressivamente abbandonato l’idea di ricercare una singola area associata a ciascuno stile di attaccamento.

Le revisioni contemporanee suggeriscono piuttosto che le differenze individuali nell’attaccamento possano modulare il modo in cui vengono utilizzate reti già coinvolte nell’elaborazione delle informazioni sociali.

Ansia e evitamento nell’attaccamento, per esempio, sono stati associati a modalità differenti di elaborazione della minaccia sociale, della ricompensa, delle emozioni e della regolazione affettiva (Vrtička & Vuilleumier, 2012).

Il modello NAMA — Neuro-Anatomical Model of Attachment — propone di organizzare questi risultati considerando l’interazione tra sistemi di approccio, sistemi di avversione e allerta, meccanismi di regolazione emotiva e reti di rappresentazione degli stati mentali (Long et al., 2020).

La sicurezza dell’attaccamento non corrisponde quindi all’attivazione di una singola area, così come l’insicurezza non può essere localizzata in un punto preciso del cervello.

Si tratta di modalità complesse di elaborazione delle informazioni sociali che emergono dall’interazione tra numerosi sistemi.

Le prime esperienze determinano per sempre il nostro cervello?

Un’altra semplificazione frequente consiste nell’affermare che ciò che accade durante i primi anni di vita determini definitivamente le relazioni future.

Le prime esperienze sono importanti, ma la ricerca non sostiene un determinismo di questo tipo.

Una meta-analisi di 127 studi, comprendente oltre 21.000 valutazioni dell’attaccamento, ha osservato una stabilità complessivamente moderata nel tempo. La stabilità tendeva inoltre a diminuire all’aumentare dell’intervallo temporale tra le misurazioni e non risultava significativa negli intervalli superiori a 15 anni (Pinquart, Feußner & Ahnert, 2013).

Gli eventi di vita, le nuove relazioni e i cambiamenti dell’ambiente possono quindi contribuire a modificare le modalità di attaccamento.

Le prime relazioni forniscono aspettative e modelli importanti, ma non scrivono in maniera irreversibile il futuro relazionale di una persona.

E la genetica?

Anche la genetica contribuisce alle differenze individuali.

Alcuni studi hanno esplorato il possibile ruolo di varianti genetiche coinvolte nei sistemi dell’ossitocina, della dopamina e della serotonina.

Tuttavia, la situazione è molto meno chiara di quanto talvolta suggerisca la divulgazione.

Una revisione aggiornata della genetica dell’attaccamento adulto ha rilevato risultati contrastanti negli studi sui cosiddetti candidate genes e ha sottolineato la scarsità di studi genome-wide ed epigenetici sufficientemente robusti (Erkoreka et al., 2021).

In particolare, non esiste oggi un singolo “gene dell’attaccamento sicuro” o “gene dell’attaccamento disorganizzato”.

Anche una revisione sulla neurobiologia dell’attaccamento disorganizzato ha evidenziato che le associazioni con specifici geni dei sistemi dopaminergico, serotoninergico e ossitocinergico non sono state replicate in maniera convincente in grandi campioni umani.

È quindi preferibile pensare all’attaccamento come al risultato di una continua interazione tra predisposizioni biologiche ed esperienza.

Cervello e relazione si modificano reciprocamente

Uno degli aspetti più interessanti della ricerca contemporanea è proprio il superamento della contrapposizione tra biologia e relazione.

Il cervello influenza il modo in cui rispondiamo ai segnali sociali, ma contemporaneamente le esperienze relazionali modificano il funzionamento del cervello.

Il dato osservato nei padri che assumono un ruolo primario di cura ne è un esempio: il coinvolgimento concreto nel caregiving era associato a differenze nella connettività delle reti implicate nella risposta al bambino (Abraham et al., 2014).

Feldman ha proposto di leggere i legami umani come processi biocomportamentali, nei quali comportamento, sistemi neuroendocrini, reti cerebrali e sincronia interpersonale si influenzano reciprocamente nel tempo (Feldman, 2017).

In questa prospettiva, il legame non è semplicemente “scritto nel cervello”.

È qualcosa che emerge e si modifica attraverso l’interazione.

Cosa ci insegnano queste ricerche sul piano clinico?

La ricerca neurobiologica può aiutarci a comprendere quanto profondamente gli esseri umani siano predisposti alla relazione.

Ma non dovrebbe essere utilizzata per costruire diagnosi semplicistiche.

Non è possibile osservare una scansione cerebrale e stabilire se una persona abbia un attaccamento sicuro, evitante, ansioso o disorganizzato.

Allo stesso modo, un’esperienza infantile difficile non produce necessariamente una specifica alterazione cerebrale né determina inevitabilmente una difficoltà relazionale futura.

Il contributo più interessante delle neuroscienze dell’attaccamento consiste piuttosto nel mostrare come legami affettivi, regolazione delle emozioni, percezione della sicurezza, ricompensa sociale e comprensione dell’altro coinvolgano sistemi biologici profondamente interconnessi.

Questo è coerente con una concezione dell’attaccamento non come tratto rigido, ma come processo relazionale che si costruisce nel tempo e può essere influenzato da nuove esperienze.

In conclusione

La Teoria dell’Attaccamento è nata molto prima che fosse possibile osservare il cervello umano in attività.

Le neuroscienze contemporanee non hanno scoperto un singolo “circuito dell’affetto”, ma hanno mostrato qualcosa di probabilmente più interessante: la costruzione dei legami coinvolge l’interazione di numerosi sistemi cerebrali e neurobiologici.

Circuiti di ricompensa e motivazione contribuiscono a rendere l’altro significativo; sistemi di salienza e allerta permettono di riconoscere segnali importanti; le reti della regolazione emotiva aiutano a modulare le proprie risposte; i sistemi della mentalizzazione consentono di rappresentare bisogni, intenzioni ed emozioni dell’altro.

Ossitocina, vasopressina e dopamina partecipano a questi processi, ma non esiste una singola molecola responsabile dell’amore o della sicurezza affettiva.

Allo stesso tempo, le esperienze di caregiving contribuiscono a modellare il funzionamento di queste reti.

La biologia dell’attaccamento, quindi, non contrappone natura e relazione: mostra quanto profondamente siano intrecciate.

Le prime esperienze affettive hanno un peso importante, ma non rappresentano una condanna. Il sistema nervoso continua a modificarsi, le relazioni possono cambiare e nuove esperienze di sicurezza possono contribuire a riorganizzare il modo in cui una persona vive sé stessa e gli altri.

È forse questo uno dei messaggi più rilevanti della ricerca contemporanea sull’attaccamento: siamo biologicamente predisposti a creare legami, ma il modo in cui quei legami si costruiscono rimane profondamente sensibile all’esperienza.

Bibliografia

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