Il corpo come riflesso della mente: i disturbi psicosomatici
14 Febbraio 2024

Il corpo come riflesso della mente: i disturbi psicosomatici

Mal di testa, dolore, disturbi gastrointestinali, palpitazioni, stanchezza, vertigini. A volte un sintomo fisico compare in un momento particolarmente stressante della vita. Altre volte persiste anche dopo numerosi accertamenti, senza che sia possibile individuare una causa capace di spiegarlo completamente.

È in situazioni come queste che spesso viene utilizzata una parola tanto comune quanto complessa: psicosomatico.

Nel linguaggio quotidiano, però, questo termine rischia di essere frainteso. Dire che un sintomo presenta una componente psicologica viene talvolta interpretato come se significasse che il sintomo sia immaginario, inventato o “soltanto nella testa”.

Non è così.

Le conoscenze contemporanee sul rapporto tra mente e corpo mostrano una realtà molto più articolata: esperienze psicologiche, cervello, sistema nervoso, processi fisiologici, comportamenti e ambiente interagiscono continuamente.

Per comprendere i cosiddetti disturbi psicosomatici, quindi, è necessario superare una contrapposizione troppo semplice tra “malattia fisica” e “problema psicologico”.

Che cosa significa davvero “psicosomatico”?

La medicina psicosomatica studia le relazioni tra processi biologici, psicologici e sociali nella salute e nella malattia.

L’idea di fondo è che la persona non possa essere divisa facilmente in due sistemi indipendenti — una mente da una parte e un corpo dall’altra — perché ciò che avviene a un livello può influenzare gli altri.

Lo stress, per esempio, non è soltanto un pensiero.

Coinvolge modificazioni dell’attività del sistema nervoso autonomo, sistemi endocrini, processi attentivi, comportamenti e percezione dei segnali provenienti dal corpo.

Allo stesso modo, una malattia fisica può modificare profondamente emozioni, comportamenti, aspettative e relazioni.

Per questo motivo oggi è preferibile parlare di un modello biopsicosociale: i sintomi vengono compresi considerando contemporaneamente fattori biologici, psicologici e sociali e le interazioni tra questi livelli.

Questo non significa che tutti i sintomi abbiano necessariamente una causa psicologica.

Significa piuttosto che salute fisica e salute psicologica non funzionano come due mondi separati.

“Non troviamo niente” non significa “è psicologico”

Questo è uno dei punti più importanti.

Per molto tempo alcuni disturbi venivano classificati come “somatoformi” o descritti come sintomi “medicalmente inspiegabili”. L’idea implicita era che, una volta esclusa una spiegazione organica, diventasse plausibile attribuire il problema alla dimensione psicologica.

Oggi questa impostazione è considerata insufficiente.

Nel Disturbo da sintomi somatici (Somatic Symptom Disorder) previsto dal DSM-5 e dalle successive revisioni, non è necessario che il sintomo sia privo di spiegazione medica.

Una persona può avere una malattia fisica documentata e, contemporaneamente, sviluppare pensieri, preoccupazioni o comportamenti relativi ai sintomi che producono una sofferenza significativa.

Al contrario, non riuscire immediatamente a identificare una causa organica non significa automaticamente che il sintomo abbia un’origine psicologica.

Esistono condizioni mediche difficili da diagnosticare, quadri funzionali complessi e sintomi nei quali numerosi meccanismi biologici e psicologici interagiscono.

Per questo motivo la valutazione medica rimane fondamentale.

Prima di attribuire un sintomo persistente allo stress o a fattori psicologici è necessario considerare in modo appropriato le possibili spiegazioni mediche.

I sintomi sono reali

Una persona può provare un dolore reale anche quando gli esami non mostrano una lesione proporzionata all’intensità di quel dolore.

Può sperimentare nausea, stanchezza, vertigini o palpitazioni senza che questo significhi che stia simulando.

La percezione di un sintomo nasce infatti dall’interazione tra segnali provenienti dal corpo e processi attraverso i quali il sistema nervoso li seleziona, interpreta e regola.

Un concetto sempre più studiato in questo ambito è quello di interocezione, cioè l’insieme dei processi attraverso i quali percepiamo e interpretiamo ciò che accade all’interno del nostro organismo: battito cardiaco, respirazione, tensione, temperatura, segnali gastrointestinali e molti altri stati corporei.

Il cervello non registra passivamente questi segnali.

Li integra continuamente con esperienze precedenti, aspettative, attenzione, contesto e stato emotivo.

Questo significa che l’esperienza corporea è reale anche quando i meccanismi che la generano sono complessi e non possono essere ricondotti a una singola lesione o alterazione periferica.

Dire a una persona «gli esami sono normali, quindi non hai nulla» può essere quindi profondamente invalidante.

L’assenza di una determinata patologia non equivale all’assenza di un sintomo.

Quando stress ed emozioni influenzano il corpo

È esperienza comune sentire il cuore accelerare durante un momento di paura, avere lo stomaco “chiuso” prima di un evento importante oppure percepire tensione muscolare durante un periodo di forte pressione.

Queste esperienze mostrano in modo molto semplice che gli stati psicologici possono essere accompagnati da modificazioni corporee.

Quando una situazione viene percepita come minacciosa o impegnativa, l’organismo attiva una serie di sistemi che permettono di affrontarla.

Nel breve periodo questa risposta è normale e adattiva.

Quando invece lo stress è intenso, frequente o prolungato, diversi sistemi di regolazione possono essere sottoposti a un carico maggiore.

Non è corretto, però, immaginare un meccanismo lineare del tipo:

emozione negativa → danno fisico → malattia psicosomatica.

Le relazioni sono molto più complesse.

Stress cronico, sonno, depressione e ansia, precedenti esperienze, vulnerabilità biologiche, comportamenti, attività fisica, condizioni sociali e attenzione verso i segnali corporei possono interagire e contribuire, in alcune persone, alla comparsa o al mantenimento dei sintomi.

Il cervello interpreta continuamente il corpo

Un modo interessante per comprendere questi fenomeni deriva dai modelli contemporanei della percezione.

Quando sentiamo qualcosa nel corpo, il cervello non aspetta semplicemente di ricevere un segnale per poi identificarlo.

Formula continuamente previsioni su ciò che probabilmente sta accadendo e confronta queste aspettative con le informazioni provenienti dall’organismo.

Supponiamo, per esempio, che una persona abbia sperimentato diversi episodi improvvisi di tachicardia accompagnati da forte paura.

In seguito potrebbe diventare particolarmente attenta anche a piccole variazioni del battito cardiaco.

Una sensazione che normalmente sarebbe passata inosservata può allora acquistare maggiore rilevanza.

Se viene interpretata come segnale di pericolo, aumenta l’attivazione fisiologica. L’aumento dell’attivazione rende il battito ancora più percepibile, rafforzando a sua volta l’idea che qualcosa non vada.

Può così instaurarsi un circuito:

sensazione corporea → attenzione → interpretazione minacciosa → aumento dell’attivazione → intensificazione della sensazione.

Questo non significa che il sintomo sia immaginato.

Al contrario, mostra come processi psicologici e fisiologici possano alimentarsi reciprocamente.

Quali sintomi possono essere coinvolti?

I sintomi fisici persistenti possono interessare sistemi corporei molto diversi.

Tra quelli più frequentemente riferiti vi sono:

  • dolore persistente;
  • cefalea;
  • stanchezza;
  • disturbi gastrointestinali;
  • nausea;
  • sensazione di gonfiore;
  • vertigini;
  • palpitazioni;
  • difficoltà respiratorie;
  • tensione muscolare;
  • disturbi del sonno.

Questa lista, però, non deve essere utilizzata per autodiagnosticarsi.

Ognuno di questi sintomi può essere provocato anche da condizioni mediche specifiche.

Per questo motivo la presenza di ansia, stress o difficoltà emotive non deve mai essere utilizzata per escludere automaticamente una causa organica.

Esistono persone più vulnerabili?

Non esiste un unico “profilo psicosomatico”.

La ricerca suggerisce piuttosto la presenza di numerosi possibili fattori di vulnerabilità.

Una vasta revisione dei fattori associati alla comparsa di sintomi somatici persistenti ha identificato variabili appartenenti a tutti i livelli del modello biopsicosociale: condizioni biologiche, problemi del sonno, presenza di disturbi psicologici, eventi di vita, stress interpersonale, condizioni lavorative e comportamenti relativi alla salute (Kitselaar et al., 2023).

Anche ansia, depressione, ansia per la salute e difficoltà nel riconoscere e descrivere alcuni stati emotivi risultano più frequenti nelle persone con Disturbo da sintomi somatici, anche se molti di questi dati derivano da studi trasversali e non dimostrano che tali caratteristiche siano necessariamente la causa del disturbo (Smakowski et al., 2024).

Questo punto è fondamentale.

Un’associazione non equivale a una causalità.

Una persona può diventare ansiosa perché sperimenta per molto tempo sintomi difficili da comprendere, così come l’ansia può contribuire ad amplificare o mantenere alcuni sintomi.

Spesso le due direzioni si influenzano reciprocamente.

Trauma e sintomi corporei

Anche le esperienze traumatiche sono state studiate in relazione ai sintomi somatici persistenti.

Una meta-analisi comprendente 71 studi ha rilevato un’associazione tra esperienze traumatiche riferite e diverse sindromi somatiche funzionali (Afari et al., 2014).

Questo risultato, però, non significa che dietro ogni sintomo fisico persistente debba esserci necessariamente un trauma.

La maggior parte delle persone che vive un’esperienza traumatica non sviluppa automaticamente una sindrome somatica e molte persone con sintomi persistenti non riferiscono una storia traumatica significativa.

Il trauma rappresenta quindi uno dei possibili fattori di vulnerabilità, non una spiegazione universale.

Il rischio del “è tutto stress”

Ricevere una spiegazione esclusivamente psicologica troppo presto può avere conseguenze negative.

La persona può sentirsi non creduta.

Può avere l’impressione che il medico consideri il problema immaginario.

Oppure può iniziare un lungo percorso tra specialisti differenti nel tentativo di dimostrare che “c’è veramente qualcosa”.

Questo può generare frustrazione sia nel paziente sia nei professionisti.

La letteratura più recente suggerisce per questo un approccio differente: invece di contrapporre spiegazioni organiche e psicologiche, è preferibile costruire una formulazione che integri i diversi fattori che possono contribuire ai sintomi.

La domanda non dovrebbe essere soltanto:

“È fisico o psicologico?”

Ma piuttosto:

“Quali processi stanno contribuendo a generare e mantenere questo sintomo in questa persona?”

È una domanda molto diversa.

E spesso è clinicamente molto più utile.

Come si arriva a una diagnosi?

La valutazione dovrebbe procedere su più livelli.

In primo luogo è necessario raccogliere accuratamente la storia clinica ed effettuare gli accertamenti medici appropriati in relazione ai sintomi.

Questo non significa moltiplicare indefinitamente esami e visite.

Una volta escluse ragionevolmente le principali condizioni organiche e definito il quadro clinico, continuare a ripetere esami senza una specifica indicazione può aumentare l’ansia e rafforzare l’idea che debba necessariamente esistere una malattia grave ancora non identificata.

Parallelamente è utile valutare:

  • quando sono comparsi i sintomi;
  • che andamento hanno nel tempo;
  • quali situazioni li migliorano o peggiorano;
  • il livello di stress;
  • sonno e ritmo di vita;
  • ansia e umore;
  • eventuali esperienze traumatiche;
  • il modo in cui la persona interpreta i sintomi;
  • eventuali comportamenti di evitamento;
  • l’impatto sulla vita quotidiana;
  • le relazioni familiari e lavorative;
  • le strategie utilizzate per affrontare il problema.

Una buona valutazione psicosomatica, quindi, non sostituisce la medicina con la psicologia.

Le integra.

Come si trattano i sintomi somatici persistenti?

Proprio perché i meccanismi possono essere differenti, non esiste un unico trattamento valido per tutti.

La letteratura sostiene sempre più un modello di cura integrata e graduale, nel quale medico, psicologo o psicoterapeuta e, quando necessario, altri professionisti collaborino invece di lavorare su percorsi completamente separati.

Un elemento fondamentale è la costruzione di una spiegazione condivisa del problema.

Il paziente deve poter comprendere che il sintomo è reale e che prendere in considerazione fattori psicologici non equivale a negarne la dimensione fisica.

Il ruolo della psicoterapia

La psicoterapia può essere utile quando pensieri, emozioni e comportamenti contribuiscono alla sofferenza o al mantenimento dei sintomi.

Non ha come obiettivo quello di convincere la persona che “il problema è nella sua testa”.

Può invece aiutare a:

  • comprendere il rapporto tra sintomi, stress e contesto;
  • ridurre l’iperattenzione verso le sensazioni corporee;
  • modificare interpretazioni catastrofiche dei sintomi;
  • intervenire sull’ansia per la salute;
  • ridurre comportamenti di controllo o evitamento;
  • migliorare la regolazione emotiva;
  • affrontare eventuali eventi traumatici quando clinicamente rilevanti;
  • recuperare gradualmente attività compromesse dai sintomi;
  • migliorare la qualità della vita anche quando alcuni sintomi persistono.

Tra gli interventi maggiormente studiati vi è la terapia cognitivo-comportamentale.

Una meta-analisi di studi randomizzati ha riscontrato effetti positivi della CBT sulla gravità dei sintomi somatici, sull’ansia, sulla depressione e sul funzionamento fisico (Liu et al., 2019).

Una più recente network meta-analysis comprendente 74 studi e oltre 8.000 partecipanti ha inoltre trovato effetti favorevoli sia per gli interventi cognitivo-comportamentali sia per approcci basati su mindfulness e accettazione, pur evidenziando che non esiste un trattamento universalmente superiore per ogni persona e condizione (Maas genannt Bermpohl & Martin, 2025).

Mindfulness e tecniche di accettazione possono quindi essere strumenti utili all’interno di alcuni percorsi terapeutici, ma non rappresentano una cura universale dei disturbi psicosomatici.

Curare senza dividere la persona in due

Uno dei problemi storici dell’approccio ai disturbi psicosomatici è stata proprio la divisione tra due possibilità:

o c’è qualcosa nel corpo oppure c’è qualcosa nella mente.

La ricerca contemporanea suggerisce di abbandonare progressivamente questa dicotomia.

Uno dei termini proposti nella letteratura recente è quello di disturbi somatici funzionali, definizione pensata proprio per collocare questi quadri in uno spazio neutro che non li consideri né esclusivamente malattie organiche né esclusivamente disturbi mentali (Burton et al., 2020).

Analogamente, si parla sempre più spesso di sintomi fisici persistenti come termine descrittivo che non presuppone anticipatamente quale ne sia la causa (Löwe et al., 2024).

È un cambiamento importante anche sul piano della relazione terapeutica.

Una persona non dovrebbe essere costretta a scegliere tra sentirsi creduta dal medico e accettare un contributo psicologico ai propri sintomi.

Le due cose possono coesistere.

Quando rivolgersi a uno psicologo?

Una valutazione psicologica può essere particolarmente utile quando:

  • gli esami medici non spiegano completamente la gravità o la persistenza dei sintomi;
  • stress e sintomi sembrano avere un andamento collegato;
  • la preoccupazione per la salute occupa una parte significativa della giornata;
  • il timore dei sintomi porta a evitare attività;
  • visite ed esami producono rassicurazione soltanto temporanea;
  • i sintomi interferiscono in modo significativo con lavoro, relazioni e vita quotidiana;
  • sono presenti ansia, depressione o difficoltà del sonno;
  • esistono esperienze traumatiche o periodi di forte stress che sembrano clinicamente rilevanti.

Rivolgersi a uno psicologo in queste situazioni non significa rinunciare a cercare spiegazioni mediche appropriate.

Significa aggiungere un’altra prospettiva alla comprensione del problema.

Il corpo non è il contrario della mente

Forse il limite principale della parola “psicosomatico” nasce proprio dal modo in cui siamo abituati a pensare corpo e mente.

Come se il sintomo dovesse appartenere necessariamente all’uno oppure all’altra.

Ma emozioni, pensieri e stati corporei non si incontrano soltanto quando qualcosa non funziona.

Sono continuamente intrecciati nella normale esperienza umana.

Un’emozione modifica il corpo.

Una modificazione corporea influenza l’emozione.

Il cervello interpreta ciò che accade nell’organismo e, nello stesso momento, contribuisce a modificarlo.

La storia personale influenza il modo in cui vengono percepiti i segnali corporei; il dolore e la malattia, a loro volta, modificano la storia personale.

Comprendere un sintomo psicosomatico non significa quindi stabilire che “il corpo non ha nulla”.

Significa riconoscere che, in alcune forme di sofferenza, per capire realmente ciò che accade al corpo dobbiamo considerare anche la persona che quel corpo lo abita.

Bibliografia

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Smakowski, A., Hüsing, P., Völcker, S., Löwe, B., Rosmalen, J. G. M., Shedden-Mora, M., & Toussaint, A. (2024). Psychological risk factors of somatic symptom disorder: A systematic review and meta-analysis of cross-sectional and longitudinal studies. Journal of Psychosomatic Research, 181, 111608. https://doi.org/10.1016/j.jpsychores.2024.111608

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