Il ruolo chiave dei genitori nello sviluppo dell’ Intelligenza emotiva nei bambini
25 Marzo 2024

Il ruolo chiave dei genitori nello sviluppo dell’ Intelligenza emotiva nei bambini

Quando parliamo di intelligenza emotiva facciamo riferimento a un insieme di capacità che riguardano il modo in cui riconosciamo, comprendiamo e utilizziamo le informazioni emotive, sia nostre sia degli altri.

Il concetto è stato introdotto nella letteratura scientifica da Salovey e Mayer (1990), che definirono l’intelligenza emotiva come un insieme di abilità relative alla percezione, all’utilizzo, alla comprensione e alla regolazione delle emozioni. Alcuni anni dopo, Daniel Goleman contribuì in maniera decisiva alla diffusione del concetto presso il grande pubblico, proponendo un modello più ampio che includeva competenze personali e sociali (Goleman, 1995).

È importante però distinguere questi diversi modelli. Nella ricerca contemporanea l’espressione “intelligenza emotiva” può riferirsi sia a un modello di abilità cognitive, sia a modelli più ampi che comprendono competenze e caratteristiche individuali (Mayer, Salovey & Caruso, 2008).

L’intelligenza emotiva si sviluppa durante l’infanzia

Le competenze emotive non sono completamente presenti alla nascita. Il bambino nasce con predisposizioni temperamentali e capacità emotive iniziali, ma sviluppa progressivamente la capacità di riconoscere, comprendere, esprimere e regolare le emozioni attraverso la maturazione e l’esperienza.

Lo sviluppo socio-emotivo comprende infatti diversi processi: imparare a distinguere le emozioni, riconoscerle negli altri, comprendere le loro cause, utilizzare strategie per regolarle e adattare il proprio comportamento alle diverse situazioni.

Queste competenze si sviluppano all’interno di molteplici contesti — famiglia, scuola, gruppo dei pari e ambiente culturale — ma le prime relazioni con i caregiver costituiscono un contesto particolarmente importante per l’apprendimento della regolazione emotiva (Morris et al., 2007).

Il genitore come co-regolatore delle emozioni

Nei primi anni di vita il bambino non possiede ancora tutte le capacità necessarie per regolare autonomamente emozioni intense. Il caregiver può quindi svolgere una funzione di **co-regolazione**, aiutando il bambino a ridurre l’attivazione, comprendere ciò che sta accadendo e trovare modalità più efficaci per affrontare la situazione.

Il processo non consiste semplicemente nel calmare il bambino. Significa progressivamente aiutarlo a costruire strumenti interni che, con lo sviluppo, gli permetteranno di gestire sempre più autonomamente le proprie emozioni.

La ricerca sullo sviluppo della regolazione emotiva indica che le modalità con cui i genitori rispondono alle emozioni dei figli sono associate allo sviluppo delle strategie di regolazione emotiva del bambino (Morris et al., 2007).

Accogliere le emozioni senza accettare qualsiasi comportamento

Uno degli aspetti più complessi dell’educazione emotiva consiste nel distinguere tra l’accettazione dell’emozione e l’accettazione del comportamento.

Un bambino può essere arrabbiato, ma questo non significa che possa colpire qualcuno. Può essere molto triste, ma questo non significa che ogni comportamento derivante dalla tristezza debba essere assecondato.

Il genitore può quindi comunicare contemporaneamente due messaggi: “Capisco che sei arrabbiato” e “non puoi fare del male a tuo fratello”.

Questo atteggiamento permette di validare l’esperienza emotiva senza rinunciare ai limiti necessari per la sicurezza e il funzionamento sociale.

Riconoscere e dare un nome alle emozioni

Un passaggio importante dell’educazione emotiva consiste nell’aiutare il bambino a riconoscere ciò che sta provando e a trovare parole per descriverlo.

Dire “sei arrabbiato perché tuo fratello ha preso il tuo gioco” non significa necessariamente interpretare correttamente l’esperienza del bambino, ma offre un’ipotesi che può essere confermata o corretta.

La capacità di nominare le emozioni può contribuire alla loro comprensione e regolazione. La ricerca sul *emotion coaching* ha mostrato che modalità genitoriali caratterizzate da consapevolezza delle emozioni del bambino, accettazione e guida nella loro regolazione sono associate a migliori competenze emotive e comportamentali (Gottman, Katz & Hooven, 1996; Havighurst et al., 2010).

Il modello emotivo dei genitori

I genitori non insegnano le emozioni soltanto attraverso ciò che dicono. I bambini osservano anche come gli adulti reagiscono alla rabbia, alla frustrazione, alla paura e alla tristezza.

La ricerca ha evidenziato che le pratiche di socializzazione emotiva dei genitori comprendono sia risposte dirette alle emozioni dei figli sia il modo in cui gli adulti esprimono e regolano le proprie emozioni (Morris et al., 2007).

Questo significa che un genitore che dice al bambino “non devi arrabbiarti” ma reagisce abitualmente alle proprie frustrazioni con aggressività trasmette un messaggio contraddittorio.

L’educazione emotiva passa quindi anche dall’esempio.

Quando le emozioni diventano difficili da gestire

Paura, tristezza e rabbia non sono emozioni da eliminare. Tutte svolgono funzioni importanti e fanno parte del normale sviluppo.

Il compito del genitore non è quindi impedire al bambino di sperimentare emozioni negative, ma aiutarlo progressivamente a riconoscerle, tollerarle e trovare modalità adeguate per esprimerle.

Quando il bambino manifesta comportamenti aggressivi o impulsivi, è importante intervenire sul comportamento mantenendo contemporaneamente il riconoscimento dell’emozione che lo ha preceduto.

Questa distinzione permette di evitare due estremi: reprimere l’esperienza emotiva oppure considerare ogni comportamento come accettabile perché nasce da un’emozione intensa.

Dall’intelligenza emotiva alle competenze sociali

Le competenze emotive sono strettamente collegate al funzionamento sociale.

I bambini che imparano progressivamente a riconoscere e regolare le proprie emozioni possono avere maggiori strumenti per affrontare conflitti, comprendere il punto di vista degli altri e partecipare alle interazioni sociali.

Denham (2007) ha sottolineato il ruolo delle competenze emotive nello sviluppo della competenza sociale, evidenziando come la conoscenza delle emozioni, l’espressione appropriata e la regolazione emotiva siano collegate alla capacità di interagire efficacemente con i pari.

Una meta-analisi su programmi di apprendimento socio-emotivo scolastico ha inoltre rilevato miglioramenti nelle competenze socio-emotive e nel comportamento, insieme a risultati positivi sul rendimento scolastico (Durlak et al., 2011).

Il ruolo dei genitori non è quello di creare un bambino sempre calmo

L’obiettivo dell’educazione emotiva non è crescere bambini che non provano rabbia, paura o tristezza.

Una buona competenza emotiva non coincide con l’assenza di emozioni intense, ma con una maggiore capacità di riconoscerle, comprenderle e regolarle in maniera flessibile.

Questo significa che un bambino può essere arrabbiato e, contemporaneamente, imparare a non aggredire; può essere deluso e riuscire a tollerare la frustrazione; può avere paura e cercare il sostegno di un adulto.

Il ruolo del genitore consiste quindi nel creare condizioni nelle quali il bambino possa fare esperienza delle emozioni senza esserne completamente sopraffatto.

Come favorire l’educazione emotiva nella quotidianità

Non è necessario trasformare ogni emozione in una lezione.

L’educazione emotiva può essere integrata nella vita quotidiana attraverso piccoli comportamenti: ascoltare il bambino quando racconta qualcosa che lo preoccupa, aiutarlo a distinguere emozioni differenti, chiedergli che cosa pensa sia successo, riconoscere le emozioni senza giudicarle e discutere insieme delle possibili strategie per affrontare una difficoltà.

È inoltre utile lasciare spazio all’autonomia. Il genitore può proporre strategie, ma progressivamente il bambino deve poter sperimentare quali modalità funzionano meglio per lui.

In questo processo, l’adulto mantiene il proprio ruolo educativo e i propri limiti, offrendo contemporaneamente uno spazio nel quale il bambino possa sviluppare competenze personali.

In conclusione

Lo sviluppo dell’intelligenza emotiva non avviene attraverso una singola tecnica educativa, ma attraverso un processo quotidiano nel quale il bambino impara progressivamente a riconoscere, comprendere ed esprimere ciò che prova.

La famiglia rappresenta uno dei principali contesti nei quali questo apprendimento può avvenire. Attraverso la co-regolazione, l’ascolto, la validazione delle emozioni, la definizione di limiti e soprattutto l’esempio personale, i genitori possono contribuire allo sviluppo delle competenze emotive dei figli (Morris et al., 2007).

È importante tuttavia non attribuire ai genitori una responsabilità assoluta. Lo sviluppo emotivo dipende dall’interazione tra caratteristiche individuali del bambino, maturazione neuropsicologica, relazioni familiari, scuola, pari e contesto socioculturale.

Educare alle emozioni non significa quindi insegnare ai bambini a essere sempre tranquilli o felici. Significa aiutarli a comprendere ciò che provano, trovare parole per comunicarlo, rispettare i propri limiti e quelli degli altri e costruire progressivamente gli strumenti necessari per affrontare le difficoltà della vita.

Bibliografia

Denham, S. A. (2007). Dealing with feelings: How children negotiate the worlds of emotions and social relationships. Cognition, Brain, Behavior, 11(1), 1–48.

Durlak, J. A., Weissberg, R. P., Dymnicki, A. B., Taylor, R. D., & Schellinger, K. B. (2011). The impact of enhancing students’ social and emotional learning: A meta-analysis of school-based universal interventions. Child Development, 82(1), 405–432. https://doi.org/10.1111/j.1467-8624.2010.01564.x

Goleman, D. (1995). Emotional Intelligence: Why It Can Matter More Than IQ. Bantam Books.

Gottman, J. M., Katz, L. F., & Hooven, C. (1996). Parental meta-emotion philosophy and the emotional life of families: Theoretical models and preliminary data. Journal of Family Psychology, 10(3), 243–268. https://doi.org/10.1037/0893-3200.10.3.243

Havighurst, S. S., Wilson, K. R., Harley, A. E., Prior, M. R., & Kehoe, C. (2010). Tuning in to Kids: Improving emotion socialization practices in parents of preschool children—findings from a community trial. Journal of Community Psychology, 38(8), 1009–1023. https://doi.org/10.1002/jcop.20396

Mayer, J. D., Salovey, P., & Caruso, D. R. (2008). Emotional intelligence: New ability or eclectic traits? American Psychologist, 63(6), 503–517. https://doi.org/10.1037/0003-066X.63.6.503

Morris, A. S., Silk, J. S., Steinberg, L., Myers, S. S., & Robinson, L. R. (2007). The role of the family context in the development of emotion regulation. Social Development, 16(2), 361–388. https://doi.org/10.1111/j.1467-9507.2007.00389.x

Salovey, P., & Mayer, J. D. (1990). Emotional intelligence. Imagination, Cognition and Personality, 9(3), 185–211. https://doi.org/10.2190/DUGG-P24E-52WK-6CDG

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