L’importanza del gioco nella terapia: un ponte tra mondo interno e relazione
5 Giugno 2025

L’importanza del gioco nella terapia: un ponte tra mondo interno e relazione

Il gioco rappresenta una delle modalità più naturali attraverso cui il bambino comunica, esplora l’ambiente e dà forma alla propria esperienza. Nel lavoro clinico può diventare un canale privilegiato attraverso cui esprimere affetti, fantasie, paure, desideri e stati interni che non sempre sono facilmente accessibili alla comunicazione verbale (Yanof, 2013).

Soprattutto durante l’età prescolare e scolare, infatti, le capacità linguistiche, cognitive e metacognitive necessarie per descrivere in maniera articolata ciò che si prova sono ancora in fase di sviluppo. Questo non significa che il bambino non possieda una vita emotiva complessa, ma che può avere bisogno di strumenti differenti dalla parola per rappresentarla e condividerla.

Attraverso personaggi, simboli, costruzioni, storie e sequenze narrative, il bambino può mettere in scena emozioni, bisogni, desideri e conflitti, rendendo osservabile e condivisibile qualcosa che potrebbe essere difficile esprimere direttamente (Salcuni et al., 2017). Il gioco assume così una funzione che, per alcuni aspetti, può essere paragonata a quella svolta dal linguaggio nella psicoterapia dell’adulto: permette di dare forma all’esperienza e di costruire, insieme al terapeuta, nuovi significati.

All’interno della relazione terapeutica, inoltre, giocare consente al bambino di assumere una posizione attiva. Non gli viene semplicemente chiesto di raccontare ciò che gli accade: può scegliere personaggi, costruire scenari, modificare una storia, introdurre regole, distruggere e ricostruire. Questa possibilità di partecipare attivamente al processo terapeutico può favorire la costruzione di una relazione nella quale il bambino si senta riconosciuto e coinvolto.

La ricerca sulla play therapy ha mostrato risultati complessivamente favorevoli. Una meta-analisi di 52 studi controllati sulla Child-Centered Play Therapy ha evidenziato un effetto terapeutico complessivo significativo di entità moderata (Lin & Bratton, 2015). Anche una precedente meta-analisi di 93 studi aveva rilevato effetti positivi degli interventi basati sul gioco su diversi indicatori di funzionamento psicologico e comportamentale dei bambini (Bratton et al., 2005).

In cosa risiede il valore del gioco in terapia?

Il valore terapeutico del gioco risiede nel fatto che esso non rappresenta soltanto un’attività piacevole, ma può diventare una vera modalità di espressione e di relazione.

Il gioco possiede contemporaneamente una dimensione simbolica, corporea, emotiva e interpersonale. Attraverso ciò che costruisce, racconta o mette in scena, il bambino può rappresentare aspetti del proprio mondo interno e delle proprie esperienze familiari, scolastiche e sociali.

Una situazione che non viene raccontata direttamente può comparire, ad esempio, attraverso la storia di un personaggio, una lotta tra pupazzi, una separazione, una costruzione continuamente distrutta oppure una sequenza nella quale qualcuno viene salvato o protetto. Il significato di queste rappresentazioni, naturalmente, non può essere stabilito attraverso interpretazioni automatiche: deve essere compreso all’interno della storia del bambino, del contesto terapeutico e della relazione che progressivamente si costruisce.

Il gioco simbolico sembra inoltre avere un ruolo significativo nei processi di elaborazione e regolazione degli stati affettivi. In uno studio condotto su 975 sedute di psicoterapia psicodinamica infantile, lo sviluppo del gioco simbolico nel corso del trattamento è risultato associato al miglioramento della regolazione affettiva e del funzionamento globale del bambino (Halfon et al., 2019).

Il gioco può quindi offrire uno spazio nel quale emozioni come rabbia, paura, tristezza o vergogna possono essere rappresentate e progressivamente pensate, senza dover essere necessariamente affrontate fin dall’inizio attraverso una descrizione verbale diretta.

Gioco ed esperienze traumatiche

Il gioco può rappresentare anche uno dei canali attraverso cui affrontare esperienze traumatiche o fortemente stressanti.

La dimensione simbolica permette al bambino di rappresentare indirettamente aspetti dell’esperienza, collocandoli all’interno di storie, personaggi e sequenze narrative. In questo modo, ciò che è stato vissuto può entrare gradualmente nello spazio terapeutico e diventare oggetto di una costruzione di significato condivisa.

La letteratura sulla play therapy nei bambini esposti a eventi traumatici mostra risultati promettenti rispetto a sintomi emotivi, comportamentali e post-traumatici, anche se la qualità metodologica degli studi non è omogenea e invita a formulare conclusioni prudenti (Humble et al., 2019).

Una recente revisione sistematica degli interventi psicologici rivolti ai bambini piccoli con sintomatologia trauma-correlata ha evidenziato effetti favorevoli anche per alcuni interventi basati sul gioco, pur sottolineando una maggiore solidità delle evidenze disponibili per altri trattamenti specificamente orientati al trauma, come la Trauma-Focused Cognitive Behavioral Therapy (Alkærsig et al., 2026).

Il gioco, quindi, non deve essere considerato automaticamente una tecnica sufficiente per il trattamento di qualsiasi esperienza traumatica, ma può costituire, all’interno di un intervento clinico adeguatamente strutturato, un importante strumento di accesso al mondo emotivo del bambino.

Gioco e regolazione delle emozioni

Durante il gioco il bambino può sperimentare emozioni differenti, attribuirle ai personaggi e osservare le conseguenze delle loro azioni. Può mettere in scena una situazione molte volte, modificarne l’esito oppure assumere alternativamente il ruolo della persona forte, fragile, arrabbiata, spaventata o protettiva.

Questi processi possono favorire una maggiore possibilità di rappresentare mentalmente gli stati affettivi. In ambito psicoterapeutico, lo sviluppo del gioco simbolico è stato associato alla capacità di mentalizzare le emozioni e a una migliore regolazione affettiva (Halfon et al., 2019).

Anche al di fuori del setting terapeutico, gli studi sul gioco di finzione suggeriscono una relazione con diverse componenti della competenza sociale. Una recente meta-analisi ha rilevato associazioni positive tra pretend play e capacità quali comprensione delle emozioni, regolazione emotiva, teoria della mente, empatia e competenza sociale (Smits-van der Nat et al., 2024).

È tuttavia importante sottolineare che molti degli studi disponibili sono correlazionali. Non è quindi possibile sostenere semplicemente che giocare “produca” automaticamente maggiore empatia o migliori capacità sociali. È più corretto considerare il gioco come uno dei contesti privilegiati nei quali queste competenze possono essere espresse, esercitate e osservate.

Quali emozioni possono emergere attraverso il gioco?

Nel setting terapeutico, i contenuti affettivi possono emergere attraverso personaggi, azioni, scenari narrativi, modalità relazionali e ripetizioni del gioco. Il terapeuta osserva questi elementi non come simboli dotati di un significato universale, ma come possibili forme di comunicazione da comprendere all’interno della storia specifica di quel bambino (Yanof, 2013; Halfon et al., 2019).

Alcuni esempi osservabili nel lavoro clinico possono riguardare:

  • Paura. Possono comparire mostri, animali aggressivi, situazioni di pericolo, fughe o personaggi minacciati. Il gioco può offrire una modalità indiretta per rappresentare situazioni percepite come pericolose o difficilmente controllabili.
  • Rabbia e aggressività. Lotte tra personaggi, distruzione di costruzioni, collisioni o scontri possono costituire uno spazio nel quale rappresentare impulsi aggressivi, conflitti e frustrazioni.
  • Tristezza e solitudine. Personaggi esclusi, abbandonati o separati possono comparire nelle narrazioni del bambino e assumere significati differenti in relazione alla sua esperienza personale.
  • Gelosia e rivalità. Le storie familiari, le competizioni tra personaggi o le situazioni nelle quali qualcuno riceve maggiori attenzioni possono consentire di rappresentare vissuti di rivalità, esclusione o bisogno di riconoscimento.
  • Bisogno di protezione e riparazione. Curare un pupazzo, aggiustare un oggetto, salvare un personaggio o ricostruire qualcosa che è stato distrutto possono diventare modalità attraverso cui rappresentare temi legati alla cura, alla sicurezza e alla riparazione delle relazioni.

Il significato clinico di questi comportamenti non deriva però dalla singola azione. Un bambino che distrugge una torre non sta necessariamente esprimendo rabbia, così come la presenza di un mostro non rappresenta automaticamente una paura specifica. È la ripetizione dei temi, il loro sviluppo nel tempo, il contesto e soprattutto il modo in cui questi contenuti prendono forma nella relazione terapeutica a renderli clinicamente significativi.

Il gioco come spazio di sperimentazione

Giocare significa anche sperimentare.

Nel gioco di finzione il bambino può assumere ruoli differenti, cambiare prospettiva, negoziare regole, immaginare alternative e modificare l’esito di una situazione. Proprio queste caratteristiche rendono il gioco un contesto particolarmente ricco per lo sviluppo e l’esercizio delle competenze sociali (Smits-van der Nat et al., 2024).

Un bambino può trasformarsi da personaggio debole a personaggio potente, può far vincere chi prima perdeva, cambiare una regola o trovare una soluzione completamente nuova a una situazione problematica.

Il gioco crea quindi uno spazio nel quale è possibile esplorare scenari alternativi senza le conseguenze che avrebbero nella realtà. All’interno della relazione terapeutica, questa possibilità può diventare particolarmente significativa perché permette al terapeuta non soltanto di osservare il mondo del bambino, ma di entrarvi progressivamente in relazione con lui.

In conclusione

Giocare in terapia significa incontrare il bambino attraverso una modalità comunicativa che gli è particolarmente familiare.

Quando le parole non sono ancora sufficienti per descrivere un’esperienza emotiva complessa, il gioco può offrire simboli, personaggi, azioni e storie attraverso cui quell’esperienza diventa rappresentabile e condivisibile.

Il suo valore terapeutico non risiede quindi semplicemente nel fatto che il bambino si diverta, ma nella possibilità di utilizzare il gioco all’interno di una relazione clinica per osservare, esprimere, comprendere e progressivamente trasformare significati ed esperienze.

La letteratura scientifica disponibile sostiene l’utilità degli interventi psicoterapeutici basati sul gioco, pur ricordando la necessità di distinguere tra differenti modelli di play therapy, caratteristiche del bambino, obiettivi terapeutici e qualità delle evidenze disponibili (Bratton et al., 2005; Lin & Bratton, 2015).

Lo spazio del gioco, in terapia, non è dunque semplicemente “tempo libero”. Può diventare uno spazio clinico nel quale il bambino porta il proprio modo di vedere il mondo e, attraverso la relazione con il terapeuta, può progressivamente attribuire nuovi significati alla propria esperienza.

Bibliografia

Alkærsig, M., et al. (2026). Psychological treatments for young children suffering from trauma-related symptomatology: Systematic review and partial meta-analyses of the current evidence-base for 12 methods. Clinical Psychology Review, 125, 102725. https://doi.org/10.1016/j.cpr.2026.102725

Bratton, S. C., Ray, D., Rhine, T., & Jones, L. (2005). The efficacy of play therapy with children: A meta-analytic review of treatment outcomes. Professional Psychology: Research and Practice, 36(4), 376–390. https://doi.org/10.1037/0735-7028.36.4.376

Halfon, S., Yılmaz, M., & Çavdar, A. (2019). Mentalization, session-to-session negative emotion expression, symbolic play, and affect regulation in psychodynamic child psychotherapy. Psychotherapy, 56(4), 555–567. https://doi.org/10.1037/pst0000201

Humble, J. J., Summers, N. L., Villarreal, V., Styck, K. M., Sullivan, J. R., Hechler, J., & Warren, B. S. (2019). Child-Centered Play Therapy for youths who have experienced trauma: A systematic literature review. Journal of Child & Adolescent Trauma, 12, 365–375. https://doi.org/10.1007/s40653-018-0235-7

Lin, Y.-W., & Bratton, S. C. (2015). A meta-analytic review of Child-Centered Play Therapy approaches. Journal of Counseling & Development, 93(1), 45–58. https://doi.org/10.1002/j.1556-6676.2015.00180.x

Salcuni, S., Di Riso, D., Mabilia, D., & Lis, A. (2017). Psychotherapy with a 3-year-old child: The role of play in the unfolding process. Frontiers in Psychology, 7, 2021. https://doi.org/10.3389/fpsyg.2016.02021

Smits-van der Nat, M., et al. (2024). The value of pretend play for social competence in early childhood: A meta-analysis. Educational Psychology Review, 36, 46. https://doi.org/10.1007/s10648-024-09884-z

Yanof, J. A. (2013). Play technique in psychodynamic psychotherapy. Child and Adolescent Psychiatric Clinics of North America, 22(2), 261–282. https://doi.org/10.1016/j.chc.2012.12.002

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