Noia e benessere mentale: il ruolo inaspettato della monotonia nella nostra psiche
16 Luglio 2024

Noia e benessere mentale: il ruolo inaspettato della monotonia nella nostra psiche

L’estate, le vacanze o semplicemente una giornata con meno impegni possono produrre una sensazione apparentemente paradossale.

Abbiamo finalmente del tempo libero, ma non sappiamo che cosa farne.

Ci guardiamo intorno, prendiamo in mano il telefono, lo posiamo, cerchiamo qualcosa da vedere, scorriamo qualche contenuto e dopo pochi minuti ci sentiamo ancora più annoiati.

La noia ha una pessima reputazione. Siamo abituati a considerarla un vuoto da riempire il più rapidamente possibile, quasi fosse il segnale che stiamo sprecando il nostro tempo.

La psicologia suggerisce però un quadro più complesso.

La noia è un’esperienza spiacevole, ma può avere una funzione. Può segnalarci che ciò che stiamo facendo non riesce più a coinvolgerci e spingerci a cercare qualcosa di diverso. Il problema non consiste quindi nell’annoiarsi occasionalmente, ma nel modo in cui interpretiamo quella sensazione e in ciò che facciamo per uscirne.

Che cos’è davvero la noia?

Definire scientificamente la noia è meno semplice di quanto sembri.

Una delle definizioni più influenti è stata proposta da Eastwood e colleghi (2012), che la descrivono come l’esperienza spiacevole di voler essere coinvolti in un’attività soddisfacente senza riuscire a farlo.

Questo significa che la noia non coincide semplicemente con il “non avere niente da fare”.

Possiamo avere moltissime cose da fare e annoiarci comunque. E possiamo, al contrario, trascorrere del tempo senza svolgere alcuna attività particolare senza sentirci affatto annoiati.

La ricerca contemporanea sottolinea soprattutto due componenti: attenzione e significato.

Secondo il Meaning and Attentional Components Model di Westgate e Wilson (2018), tendiamo ad annoiarci quando non riusciamo a impegnare adeguatamente le nostre risorse attentive oppure quando ciò che stiamo facendo ci appare scarsamente significativo rispetto ai nostri obiettivi.

Questo porta a una conclusione interessante: non ci annoiamo soltanto quando siamo poco stimolati.

Un compito può risultare noioso perché è troppo facile e ripetitivo, ma anche perché è troppo difficile, tanto da impedirci di entrare realmente nell’attività.

In entrambi i casi manca quella condizione di coinvolgimento nella quale attenzione, capacità e significato riescono a incontrarsi.

La noia come segnale

Le emozioni non sono necessariamente piacevoli per essere utili.

La paura segnala una possibile minaccia. La rabbia può indicare che percepiamo un ostacolo o un’ingiustizia. La tristezza può accompagnare una perdita.

Anche la noia potrebbe avere una funzione simile.

Bench e Lench (2013) hanno proposto di considerarla un segnale che ci spinge ad abbandonare un’attività che non ci coinvolge più e a cercare obiettivi alternativi.

Secondo modelli più recenti, la noia può essere interpretata come una sorta di indicatore del fatto che ci troviamo al di fuori di una zona ottimale di coinvolgimento cognitivo: la mente vuole essere impegnata, ma ciò che sta facendo in quel momento non funziona (Danckert & Elpidorou, 2023; Trudel et al., 2025).

Da questo punto di vista, la noia non ci dice necessariamente che “non c’è niente da fare”.

Potrebbe dirci:

Quello che sto facendo non riesce più a coinvolgermi.

Oppure:

Questa attività non significa abbastanza per me.

O ancora:

Ho bisogno di una forma diversa di stimolazione.

La questione importante diventa allora come rispondiamo a quel segnale.

Noia momentanea e tendenza ad annoiarsi

È importante distinguere l’esperienza occasionale della noia da una tendenza più persistente.

In psicologia si parla di state boredom quando ci si riferisce allo stato momentaneo di noia e di boredom proneness quando si considera invece la tendenza relativamente stabile di una persona a sperimentare frequentemente e intensamente questa condizione. Questa distinzione è presente anche negli strumenti psicologici sviluppati per misurarla (Vodanovich & Watt, 2016).

Annoiarci durante un viaggio lungo, una riunione ripetitiva o un pomeriggio senza programmi non rappresenta di per sé un problema psicologico.

Diverso è quando quasi nessuna attività sembra riuscire a coinvolgerci, quando il mondo appare costantemente poco interessante oppure quando abbiamo bisogno di una stimolazione sempre nuova per non sperimentare disagio.

È soprattutto questa seconda condizione a essere associata nella ricerca a diversi indicatori di difficoltà psicologica.

Noia e creatività: è davvero utile annoiarsi?

Uno degli aspetti più affascinanti della noia riguarda il possibile rapporto con la creatività.

Alcuni studi sperimentali hanno trovato che svolgere un compito monotono prima di un’attività creativa può favorire, in determinate condizioni, la produzione di idee più originali.

In due esperimenti, per esempio, Mann e Cadman (2014) hanno osservato migliori prestazioni in alcuni compiti creativi dopo attività volutamente noiose. Gli autori hanno ipotizzato che una possibile spiegazione riguardasse il mind wandering, cioè la tendenza della mente a spostarsi spontaneamente dall’attività presente verso pensieri, immagini e associazioni interne.

Il dato è interessante, ma occorre evitare una semplificazione frequente:

annoiarsi non significa automaticamente diventare più creativi.

La noia può creare una condizione che ci spinge a cercare alternative. Ciò che accade successivamente dipende però dalla persona, dal contesto e dalle alternative disponibili.

Possiamo utilizzare quella spinta per immaginare, scrivere, costruire, esplorare o cercare una soluzione nuova.

Oppure possiamo aprire automaticamente un social network.

La funzione potenzialmente creativa della noia risiede quindi soprattutto nella ricerca di un nuovo coinvolgimento, non nella noia in sé.

Noia, immaginazione e tempo mentale

Quando diminuiscono le richieste provenienti dall’esterno, l’attenzione può spostarsi maggiormente verso il mondo interno.

Pensiamo a esperienze passate, immaginiamo situazioni future, ricostruiamo conversazioni, elaboriamo problemi, fantastichiamo.

Questo fenomeno viene spesso identificato con il mind wandering.

Noia e mind wandering sono associati, ma non sono sinonimi. Una revisione della letteratura ha mostrato che la noia è frequentemente accompagnata da pensieri non legati al compito che stiamo svolgendo, ma la relazione è complessa e non ogni forma di pensiero spontaneo è necessariamente produttiva o piacevole (Raffaelli et al., 2018).

Uno spazio mentale meno occupato può quindi creare condizioni favorevoli per riflettere e produrre nuove associazioni.

Ma può anche trasformarsi in rimuginio o preoccupazione.

Ancora una volta, non è il semplice vuoto di stimoli a essere benefico: conta ciò che la mente riesce a farne.

Perché facciamo sempre più fatica ad annoiarci?

Per gran parte della storia umana, molte piccole attese quotidiane non offrivano alcuna possibilità immediata di distrazione.

Si aspettava un autobus. Si camminava. Si rimaneva seduti in una sala d’attesa.

Oggi abbiamo quasi sempre a disposizione una fonte immediata di stimolazione.

Bastano pochi secondi di inattività perché compaia un gesto ormai automatico: prendere lo smartphone.

Questo comportamento è comprensibile. La noia è spiacevole e il telefono offre una quantità praticamente inesauribile di novità.

Il problema è che il rapporto tra tecnologia e noia potrebbe essere più complesso di quanto immaginiamo.

Una revisione sistematica e meta-analisi di Camerini, Morlino e Marciano (2023), comprendente 59 studi, ha rilevato una relazione positiva soprattutto tra noia e uso problematico dei media digitali. Gli autori sottolineano tuttavia che la maggior parte degli studi era trasversale e quindi non permette di stabilire con certezza la direzione causale.

Potrebbe quindi instaurarsi un circolo:

mi annoio → cerco immediatamente stimoli digitali → mi abituerò a una stimolazione sempre più rapida → le attività ordinarie sembrano ancora meno coinvolgenti → mi annoio nuovamente.

Una recente analisi pubblicata su Communications Psychology ha proprio proposto che alcune caratteristiche dell’ambiente digitale contemporaneo possano contribuire paradossalmente ad aumentare, invece che ridurre, l’esperienza della noia.

Non significa che smartphone o social media “causino la noia” in modo semplice e diretto.

Significa però che eliminare ogni microscopico momento di inattività potrebbe impedirci di imparare a stare anche in condizioni di minore stimolazione.

Quando la noia diventa un problema

La noia non è sempre positiva.

La ricerca mostra associazioni tra una maggiore propensione alla noia e diversi indicatori di malessere psicologico, tra cui sintomi depressivi, ansia, apatia, minore soddisfazione di vita e difficoltà nella regolazione del comportamento.

Queste associazioni non significano che la noia provochi necessariamente depressione o ansia.

La relazione può essere bidirezionale e dipendere da molte altre variabili.

Per esempio, una persona depressa può sperimentare una perdita di interesse e gratificazione nelle attività e quindi sentirsi frequentemente annoiata. Allo stesso tempo, una condizione cronica di scarso coinvolgimento, mancanza di significato e difficoltà a trovare attività gratificanti può contribuire al peggioramento del benessere.

Una recente revisione ha inoltre sottolineato che la noia compare in numerosi quadri psicopatologici e potrebbe rappresentare un fenomeno clinicamente rilevante e transdiagnostico, anche se il suo ruolo specifico deve essere ulteriormente chiarito.

Il punto fondamentale è quindi distinguere tra:

“In questo momento mi sto annoiando”

e

“Da molto tempo niente riesce più a interessarmi o coinvolgermi.”

La seconda situazione merita maggiore attenzione.

Noia o perdita di interesse?

A volte ciò che viene chiamato noia può nascondere un’esperienza diversa.

Se attività che in passato erano piacevoli smettono sistematicamente di esserlo, se prevalgono apatia, tristezza, stanchezza, ritiro sociale o perdita di motivazione, è importante non liquidare tutto come semplice noia.

La riduzione marcata della capacità di provare interesse o piacere — l’anedonia — può comparire, per esempio, nei disturbi depressivi e merita una valutazione specifica.

Allo stesso modo, una difficoltà persistente nel mantenere l’attenzione o la necessità continua di stimoli nuovi può essere presente in condizioni differenti.

La noia, da sola, non permette quindi di formulare alcuna diagnosi.

Può però diventare un segnale da osservare quando è persistente, intensa e associata a una riduzione significativa del benessere o del funzionamento quotidiano.

Imparare a tollerare qualche momento vuoto

Gestire la noia non significa necessariamente riempirla.

Una strategia possibile consiste proprio nel non reagire immediatamente.

Aspettare qualche minuto prima di prendere il telefono. Camminare senza ascoltare nulla. Sedersi senza dover necessariamente produrre qualcosa. Permettere alla mente di attraversare una fase iniziale di irrequietezza.

Non perché la noia sia necessariamente benefica, ma perché ogni emozione può essere meglio compresa quando non viene eliminata immediatamente.

Ci si può chiedere:

Di che cosa ho bisogno in questo momento?

Mi manca stimolazione oppure significato?

Quello che sto facendo è troppo facile, troppo difficile o semplicemente poco importante per me?

Sto cercando qualcosa che mi interessi davvero oppure soltanto uno stimolo che cancelli rapidamente il disagio?

Queste domande trasformano la noia da esperienza puramente passiva a informazione sul nostro rapporto con ciò che stiamo facendo.

Cosa possiamo fare quando ci annoiamo?

Non esiste una risposta giusta per ogni situazione.

A volte la soluzione è cercare una nuova attività.

A volte è rendere più interessante quella che stiamo già svolgendo.

A volte abbiamo bisogno di aumentare la difficoltà di un compito; altre volte di ridurla.

E in alcuni momenti può essere utile non fare immediatamente nulla.

Possiamo provare a:

  • lasciare intenzionalmente alcuni brevi periodi senza stimolazione digitale;
  • dedicarsi ad attività nelle quali sia possibile sperimentare un coinvolgimento più profondo;
  • coltivare interessi senza valutarli esclusivamente in termini di utilità o produttività;
  • utilizzare scrittura, disegno, musica o altre attività espressive;
  • muoversi, camminare e cambiare contesto;
  • cercare relazioni e attività sociali significative;
  • domandarsi non soltanto “che cosa posso fare?”, ma anche “che cosa ha significato per me fare?”.

Queste indicazioni non devono trasformare anche la noia in un altro compito da ottimizzare.

Non è necessario utilizzare ogni momento libero per diventare più creativi, produttivi o consapevoli.

Talvolta possiamo semplicemente permetterci di non essere continuamente occupati.

Quando può essere utile parlarne con uno psicologo?

La noia occasionale è una normale esperienza umana.

Può essere utile approfondirla quando diventa persistente e si accompagna a perdita di interesse, sensazione di vuoto, apatia, ansia, isolamento o forte difficoltà a trovare attività capaci di generare coinvolgimento.

Lo stesso vale quando per sfuggire continuamente alla noia si sviluppano comportamenti che iniziano a creare problemi: uso eccessivo di dispositivi digitali, comportamenti impulsivi, abuso di sostanze o ricerca continua di stimolazioni sempre più intense.

In questi casi il punto non è semplicemente “imparare a non annoiarsi”.

Può essere importante comprendere che cosa impedisce alla persona di sentirsi coinvolta nella propria esperienza.

Non dobbiamo eliminare ogni momento di vuoto

La noia non è necessariamente un’alleata, così come non è necessariamente un nemico.

È soprattutto un segnale.

Ci informa che il rapporto tra la nostra attenzione, ciò che stiamo facendo e ciò che consideriamo significativo non sta funzionando in modo soddisfacente.

A volte ci invita a cambiare attività.

A volte a cambiare il modo in cui svolgiamo quella attività.

A volte può portarci a cercare nuovi interessi.

E altre volte ci mette semplicemente di fronte a uno spazio che non siamo più abituati a lasciare vuoto.

In una quotidianità nella quale quasi ogni pausa può essere immediatamente riempita da notifiche, video, messaggi e contenuti, recuperare la capacità di tollerare qualche minuto senza stimoli può diventare una forma di libertà psicologica.

Non perché dalla noia debba necessariamente nascere qualcosa di straordinario.

Ma perché non ogni momento della nostra vita deve essere riempito prima ancora di sapere che cosa potrebbe emergere.

Bibliografia

Bench, S. W., & Lench, H. C. (2013). On the function of boredom. Behavioral Sciences, 3(3), 459–472. https://doi.org/10.3390/bs3030459

Camerini, A.-L., Morlino, S., & Marciano, L. (2023). Boredom and digital media use: A systematic review and meta-analysis. Computers in Human Behavior Reports, 11, 100313. https://doi.org/10.1016/j.chbr.2023.100313

Danckert, J., & Elpidorou, A. (2023). In search of boredom: Beyond a functional account. Trends in Cognitive Sciences, 27(5), 494–507. https://doi.org/10.1016/j.tics.2023.02.002

Eastwood, J. D., Frischen, A., Fenske, M. J., & Smilek, D. (2012). The unengaged mind: Defining boredom in terms of attention. Perspectives on Psychological Science, 7(5), 482–495. https://doi.org/10.1177/1745691612456044

Mann, S., & Cadman, R. (2014). Does being bored make us more creative? Creativity Research Journal, 26(2), 165–173. https://doi.org/10.1080/10400419.2014.901073

Raffaelli, Q., Mills, C., & Christoff, K. (2018). The knowns and unknowns of boredom: A review of the literature. Experimental Brain Research, 236, 2451–2462. https://doi.org/10.1007/s00221-017-4922-7

Trudel, C., Risko, E. F., Eastwood, J. D., van Tilburg, W. A. P., Elpidorou, A., & Danckert, J. (2025). Boredom signals deviation from a cognitive homeostatic set point. Communications Psychology, 3. https://doi.org/10.1038/s44271-025-00209-6

Vodanovich, S. J., & Watt, J. D. (2016). Self-report measures of boredom: An updated review of the literature. Journal of Psychology, 150(2), 196–228.

Westgate, E. C., & Wilson, T. D. (2018). Boring thoughts and bored minds: The MAC model of boredom and cognitive engagement. Psychological Review, 125(5), 689–713. https://doi.org/10.1037/rev0000097

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